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La villa dialogo di m. Bartolomeo Taegio
[p. 001R]

All’Invittissimo, et gloriosissimo Imperatore FERDINANDO PRIMO.
BARTOLOMEO TAEGIO.

POI che a tutto il mondo è chiaro, Invittissimo et gloriosissimo CESARE, che Vostra Maestà per l’innata bontà dell’animo suo, sopra d’ogni altra cosa attende alla salute de’ suoi populi, non posso se non credere ch’ella caminando per l’orme di Ciro potentissimo Re de’ Persi, huomo di altissimo ingegno et di gloria illustre, metta ogni cura per tenere i soggetti suoi sicuri dalli nemici col valor delle armi, et abondanti delle cose necessarie, col tenere in pregio la nobile et utilissima arte dell’agricoltura, non men apprezzando che sieno gli huomini suoi ottimi nella coltura delle ville loro, che valenti delle cose della guerra, sì per depender da quella l’abondanza de’ paesi, come da questa la salvezza de’ popoli et per sapere la servitù, che teneva con Vostra Maestà la felice memoria di Amico Taegio, che fu mio zio, havendo io composto un Dialogo in lode della Villa et dell’Agricoltura, giudico che ad altri che a Lei più propriamente dedicar non si possa, sì per l’obligo ch’io ho per heredità all’infinite cortesie di quella, come per trattar egli di cosa, che per tre rispetti (a giudicio mio) sommamente le diletta: l’uno per la fertilità et abondanza [p. 001V] de’ paesi, che nasce dall’agricoltura; l'altro per l’amicitia, et somiglianza c’hanno tra loro la militia et l’arte di coltivare i campi; il terzo per la cognition del cielo et suoi ordinati corsi la quale è anima dell’agricoltura (et per quel, ch’intendo) molto cara a Vostra Maestà come a colei che per le singolari sue vertù ha da possedere eternamente il cielo, la cui scienza (secondo l’opinione de gli antichi savi) è la più nobile, la più vera et la più certa di tutte quelle che da noi imparar si possano. et la natura, fra tutti altri animali, fece solamente l’huomo con la faccia rivolta al cielo, per darci ad intendere che dovremmo volger gli occhi della mente a cose alte et alla contemplatione de i corsi celesti et delle stelle, la quale non solo ci mostra la gloria et l’eccellenza del sommo et immortale Creatore dell’universo, guidandone felicemente nella conoscenza della sua divina Maestà, ma essa è ancora mezzana fra le cose caduche, et sempiterne. Et perché son certissimo che s’io havessi mille lingue, et mille anni ragionassi delle meritissime lodi dell’astrologia che de’ corsi de’ cieli tratta, più tosto mi mancherebbe il tempo, che la materia, più oltre non mi stendo; ma tornando al proposito mio, dico che se Theocrito indirizzò il suo rusticano poema a Persa suo amatissimo fratello, se Vergilio consecrò la sua divinissima Georgica al suo favorito Mecenate et se Caio Plinio dedicò la sua Naturale Historia, [p. 002R] dove altamente parla dell’agricoltura, al suo Vespasiano imperatore, perché non debbo anch’io offerire il mio rusticano Dialogo all’Imperatore Ferdinando mio Signore? Et più oltre se tutte l’opere che trattano di vertù a persone vertuose dedicar si deono, a qual più vertuoso prencipe et protettore de i sacerdoti delle sacre muse, si possono offerirei parti dello ‘ngegno, che a Vostra Maestà la quale non solamente aggradisce quegli che con l’ali della vertù cercano di poggiare al cielo, ma (come disse il maestro di color che sanno Aristotile ad Alessandro Magno) stima che non per altra cagione la fortuna gli habbia posto in mano il freno quasi di tutto il mondo, se non per giovar a tutti gli huomini. Il che chiaramente si conosce dal vedere ch’ella ad imitatione di quel buono et vero prencipe che forma Xenofonte come pietoso et legitimo padre ammonendo et castigando i suoi sudditi et figliuoli, procede sempre con amore, clementia et conseglio, mettendo ad effetto quello che dinotano le tre corone, d’oro, d’argento et di ferro di che per antico ordine de’ Romani si sogliono cingere l’honorate tempie de’ Cesari. Il che si dimostra ancora per la statua di Giove fulminatore, il quale finse l’antiquità, che tenesse tre saette de gli istessi metalli, misteriosamente velando sotto tal fittione quella idea del ben governare, che perfettissima si vede in Vostra Maestà la quale ad altro non attende che a conservare i sudditi suoi in una aurea et [p. 002V] felicissima pace, invitando con le sue magnanime et gloriose imprese tutti i vertuosi a celebrarla, ad essaltarla et a darle divini honori, non altrimenti che già si facesse a Cesare Augusto, il quale, oltre che per la vertù sua, se gli consacravano de gli altari, se gli porgevono de’ voti, e si giurava per lo nome di quello, per esser anch’egli stato favorevole alli studiosi dell’agricoltura, Vergilio nel principio della sua Georgica, come nuova deità lo chiama in aiuto suo in compagnia de gli altri dij et dee della villa. A Vostra Maestà adunque, come a cosa divina, in segno della devotione dell’animo mio, consacro questa mia humile et rusticana fatica (quale ella si sia) assicurandola, che tanto più voluntieri mi muovo a farle dono di tal maniera, quanto conosco ch’ella nel congiugner felicemente et con dolce nodo l’arte militare con l’honoratissimo studio de i corsi celesti, da i quali depende ogni ragione et vero governo dell’Agricoltura, non solo gloriosamente contende con la vertù di Ciro, et de gli altri antichi et ottimi prencipi, ma poggiando per le lor pedate, è pervenuta a tanta altezza d’honore et lode ch’ella se gli lascia a dietro. Prenda adunque Vostra Maestà questo mio picciol dono, imitando così ella nell’accettarlo il grandissimo Iddio che le vittime stima per l’affetto et purità della mente de’ sacrificanti, et non per lo pregio di quelle, come io imito nel offerirlo coloro che non potendo accendere un torchio a i sacri altari, accendono una [p. 003R] picciola candela, dove più risplende la fiamma del lor vivo amore che la qualità della cosa offerta. Et perché confido che dalla grandezza dell’animo suo mi sarà compiacciuto in così honesto desiderio, Et già sentendo l’obligo col quale ho da restar perpetuamente legato alla bontà sua, conosco che’l volerla hor ringratiar con parole altro non sarebbe che sciemare il debito mio con vergogna, queto intra me stesso attenderò a contemplare l’humanità, la gentilezza et la cortesia di Vostra Maestà, il che sarà effetto della gratitudine mia, et quella cosa di maggior pregio et più conveniente alle celesti sue qualità ch’io dar le possa, per essere l’animo la più nobile et più divina parte dell’huomo. Et così facendo fine a lei prego felicità, et voglia di comandarmi.

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Références ouvrage

Bartolomeo Taegio, La villa dialogo di m. Bartolomeo Taegio, Milano, Francesco Moscheni, 1559.

USTC n° 857911
EDIT16 n° 47957

Exemplaire reproduit : Getty Research Library

Notices biographiques

Bartolomeo Taegio (auteur) DataBnF

Francesco Moscheni (imprimeur) DBI (2012)

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