














IN QUESTA nuova luce delle scienze, le quali Dio gratia noi veggiamo risplendere al secol nostro, ILLUSTRISSIMO SENATO, due sorti d’ingegni tra gli altri si ritrovano, li quali nel trattar delle cose, tengono vie molto stravaganti dal vero stile et da quel fin che si ricerca di sapere, et son però cagione, che etiandio nelle cose chiare et risolute, bisogna venire a lunghe disputationi. Una è d’alcuni li quali, secondando a quel proverbio antico, “Nihil dictum, quod non dictum sit prius”, et persuadendosi forse non esserci restato più che scrivere, si son volti a contradire alle altrui determinationi, non ostante ch’ei vengano apertamente ad opporsi alla verità et contra quel che sarà stato determinato da scrittori di eminentissimo giudicio, et tenuto per vero in ogni secolo passato. Quale io potrei dire esser hoggi la infelicissima impresa di certi, che rimettendo in campo alcune opinioni antiche, et altre volte proposte et riprovate per disutili et false, vogliono ritrattare li principij della natura per un altro verso et contradire (che è proprio la mira loro) ad Aristotele et a Platone, come se ne’ scritti di questi sapientissimi [p. 001V] huomini e’ non havessero il campo larghissimo di dimostrare il lor giudicio et di ornar se stessi et giovare alla posterità con altre bellissime et utilissime considerationi. Altri mostrano maggior debolezza d’intelletto, li quali, dovendo o ragionare, o scrivere in qualche proposito, non altrimenti che se eglino havessero giurata fedeltà a’ loro libri, non saprebbono discostarsi punto da quel che trovan scritto, et si riferiscono alli testi d’Aristotele in qual si voglia materia, come se Aristotele, et gli altri non havessero lasciato più che dire, avvenga che di molte cose o non volessero, o non tornasse loro ben di scrivere, o non gran fatto ancora perché d’alcune non fossero anco risoluti. L’uno et l’altro di questi inconvenienti io ho ritrovato hoggi nella materia, della quale io ho preso a ragionare circa alla bontà dell’acque. Conciosia che, se noi verremo ben considerando quanto tra gli antichi et moderni sia stato mai scritto in questa materia, troveremo, che per anco non è stato auttore che n’habbia trattato interamente, et secondo i suoi principij, ma sì bene ad altri propositi et spezzatamente. Fa mentione Vitruvio di molti auttori Greci, li quali accuratamente scrivessero delle acque, tra li quali egli nomina Teofrasto, Timeo, Posidonio, Hegesia, Herodoto, Aristide et Metrodoro ; ma, o che i libri di questi nobili scrittori in trascorso di tanti secoli et per tante mutationi del mondo, non habbin potuto pervenire al nostro tempo, o pur che di quei scritti per qualche imperfettion loro non si tenesse molto conto, tutti son mancati, et di quelli che nel fiorir delle scienze in quella grandezza dell'imperio Romano ne scrissero, non si truova chi ne facesse se non qualche discorso particolare, et come ho detto, ad altri propositi. Alcuni n’hanno scritto per conto della agricoltura, altri a beneficio della medicina, altri a compimento dell’architettura, altri a uso de gli esserciti, et alcuni altri o n’hanno trattato troppo in generale, come molti, che han scritto de gli elementi, et come Plinio della natura di tutte le cose, o si son contentati di toccar solamente certe particolarità, delle meraviglie dell’acque, o di qualche fonte o fiume particolare, [p. 002R] come Rufo, che trattò del Nilo. Di modo, che non havendosi dell’acqua, che è una delle quattro parti del Mondo et della Natura, né scienza, né arte, sì come si è havuta d’infinite altre cose di manco importanza, non è gran fatto che chiunque ha voluto ragionar di qualche subietto particolare o de’ fonti, o de’ fiumi, mancandosi de’ principij che sono il fondamento del vero sapere, siano incorsi in mille errori et habbin persuaso al mondo molte sciocchezze, et il falso per il vero. Quanto poi sia restato in questa materia il campo largo di scrivere, due cose notabili et degnissime di consideratione lasciò indietro Aristotele, scrivendo del mare et de suoi accidenti. Una su del flusso et riflusso del mare, della quale è dipoi stata in contrasto tutta la posteritâ, nè sin al dì d’hoggi appena si truova chi n’habbia saputo dar risolution tale, che non habbia qualche contradittione. Et l’altra è stata delle inondationi le quali, essendo di tanta importanza, quanto elle sono una delle prime cause, che rovinano il mondo et sommergono le provincie et le città intere, con distruttione de’ popoli inestimabile; con tutto ciò, perché in generale non si truova chi n’habbia fatto trattato proprio, come si viene a discorrere delle particolari inondationi di tanti mari et de’ fiumi, sì come bene spesso è accaduto di questa del Tevere, non pare, che insino a hora si sappia assegnarne altre cagioni, se non quelle che Aristotele toccò a proposito de’ terremoti nella Meteora, et di certe mutationi che fa ‘l mare con la terra, o di alcun altre che si leggono nella inondatione del Nilo, le quali perché sono stravagantissime et poste per modo di disputa, et senza risolutione alcuna; sono state si può dir potissima causa, che d’ogni inondatione, et di questa particolarmente del Tevere, si è ragionato sempre confusamente. Tra le molte cagioni adunque, ILLVSTRISSIMO SENATO, per le quali hora io mi son mosso a scrivere della bontà delle acque et delle inondationi, et che particolarmente io habbia preso per subietto il Tevere, è stata principalmente la novità della cosa et per ovviare insieme alla falsa opinione d’alcuni liquali, non ostante l’uso [p. 002V] commune, che tien luogo di verità in tutte le cose et la buona stima, c’hanno fatta sempre gli antichi et moderni dell’acqua del Tevere, nondimeno o per difetto d'ingegno o per esser poveri d’altre inventioni, si son messi a contradirgli. Dove io per qualche professione, ch'io ho fatta intorno alla materia dell’acque, spero con fondamenti realissimi dimostrar qual sia veramente la ragione della bontà dell’acque, et specialmente di questa del Tevere, et in quel che ella habbia di bisogno di qualche diligenza nostra, sì per usarla bene, come per rimediare in ogni modo, che sia possibile, alle sue smisurate inondationi, che è quanto difetto si possa notare in questo nobilissimo fiume. La qual dichiaration mia, tanto io ho stimata hora più necessaria et che per avventura doverà parer grata a Roma et al mondo, quanto che già il volgo pareva dare un tacito consenso contra l’uso, che sin qui stato dell’acqua del Tevere, poi che (bontà di questi sommi Pontefici et della gran prudentia uostra) è stata ricondotta a Roma la antica et nobile acqua Vergine, la quale tuttavia il benignissimo N. S. Gregorio XIII procura con grande artificio et spesa di distribuir per tutta Roma, a commune utilità, a ornamento publico et con eterna laude sua. Honestissima causa poi io ho havuta di dedicar queste mie fatiche a questo amplissimo Senato, prima perché il subietto è vostro, et quanto io scrivo è a contemplation vostra. Et dirò anco debito mio, poi che essendo io, (mercè della benignità vostra) aggradito nel numero de vostri Cittadini, gli ho dedicato debitamente me stesso, la vita et la posterità mia, et mi reputo a somma gratia poter hora con questo favor vostro illustrarla et stabilirla in questa patria a perpetua successione. Dove però desiderando io venir con qualche segno di gratitudine, tra quelle poche gratie che la bontà di Dio mi ha concesso, non mi si potea presentar miglior occasione, né che fosse più al proposito mio, né che dovesse per avventura esser più grata alle eccelse Signorie Vostre, che venir col mezzo del Padre vostro Teuere, a ragionar delle sue gratie, della bontà sua et in che modo migliore si possa egli et Roma liberare, almeno assicurare [p. 003R] da sì gravi accidenti delle sue inondationi, ne i quali discorsi con vostra laude io ridurrò a memoria fin dal principio il gran conto che quelli antichi Romani fecero sempre del Tevere, la cura che ne tennero molte centinaia d’anni, che non bevettero altra acqua che questa. Et ultimamente vi recherò in consideratione li molti rimedij, che eglino mossi da varie ragioni, di tempo in tempo fecero a queste inondationi, per un chiaro lum, et per un vero essempio di tutto quel che a’ tempi nostri si potesse fare. Consequentemente si verrà a far mentione delle altre acque antiche di Roma, et massime delle buone qualità dell’acqua Vergine, insino a hoggi detta di Salone. Dove, con le osservationi delle historie et col mezzo della esperienza, et di molte ragioni dimostrative, la conclusione sarà questa: che quanto l’acqua Vergine avanza quella del Tevere di purità, di abondanza et di freschezza, tanto questa ben purgata merita maggior lode, per haver tutte quelle condicioni, che alla bontà dell’acqua si richieggono, come di esser leggierissima al corpo, che presto si riscaldi et presto si rafreddi, et si truovi utilissima a tutti i bisogni della vita. Alla quale conclusione spero sarà conforme l’alto giudicio vostro, et piglierò per buono augurio, che si come il Tevere ha havuto l’imperio del mondo et dato le leggi, et la religion vera a tutti i popoli, così potrà egli esser regola et essempio delle buone qualità di tutte l’altre acque naturali et mostrar parimente quei rimedij, che in sì fatti eccessi de fiumi, siano possibili, et più salutiferi.
Andrea Bacci, Del Teuere di m. Andrea Bacci medico et filosofo libri tre, ne' quali si tratta della natura, & bontà dell'acque, & specialmente del Teuere, & dell'acque antiche di Roma, del Nilo, del Pò, dell'Arno, & d'altri fonti, & fiumi del mondo. Dell'vso dell'acque, et del beuere in fresco, con neui, con ghiaccio, et con salnitro. Delle inondationi, & de rimedii, che gli antichi romani fecero, & che hoggidì si possan fare in questa, & in ogni altra inondatione, traduction et commentaire d'oeuvre Mambrino Roseo da Fabriano, Venezia, Aldo Manuzio il giovane, 1576.
Exemplaire reproduit : Madrid, Universidad Complutense, BH MED 1536
Andrea Bacci
(auteur, dédicateur)
DBI (1963)
Médecin et philosophe naturel. Lecteur des simples (Université de Rome), Archiatre de Sixte V
Andrea Bacci : la figura e l'opera : atti della giornata di studi, Sant'Elpidio a Mare, 25 novembre 2000, Fermo, Comitato per le celebrazioni del quarto centenario della morte di Andrea Bacci, 2001