












I N Q U E L L O stesso inverno, che V.S. Reverendissima fece in Roma già sei o sete anni sono, in compagnia di Monsignor suo Zio, Arcivescovo meritissimo di Corfù; io parimente (come ella si può ben ricordare) mi trovava ne la medesima casa, ne la quale, per l’amore et per il rispetto ch’io ho sempre trovato in essa, sono stato solito già più anni sono di venire così domesticamente, come ne la propria casa mia, ogni volta che per mie occorrentie mi è accaduta occasione di venire a Roma. Può V.S. haver in memoria ancora, come concorrendo quivi spesso in quel tempo, come son solite di far sempre persone nobili et litterate; tutto ‘l giorno occorreva, che sopra varie et dotte materie si ragionasse et si discorresse. Ma la notte poi, restando noi soli, di cose simili in camera di Monsignore eravamo soliti di ragionare fin che l’hora de la cena s’avvicinasse. Et per esser V.S. Reverendissima molto affettionata a le cose cosmografiche et astrologiche et spetialmente a quelle che appartengano a la sfera, gran parte de nostri ragionamenti erano intorno a questo, in modo che assai spesso occorreva che leggendo noi quelle cose, ch’io haveva molti anni innanzi scritte nei miei libri de la sfera, molte acute dubitationi sopra quelle moveva V.S. per discioglimento de le quali mi si dava occasione di discorrer molte altre cose che quivi non eran poste. Percioche havendo io composto quella opera nei primi anni de la mia giovinezza, et in quel tempo a punto che essendo io intento caldamente a più severi studii, a questi le hore migliori destinava; et a quella impresa riserbava quelle particelle del tempo che mi avanzavano; per questa cagione avvenne che io molte considerationi sferiche [p. 001V] non avvertisse, le quali sarebbon convenute a quell’opera ragionevolmente. Ma eccitato poi da quei ragionamenti che (com’ho detto) havemmo noi insieme alhora, feci disegno di dar loro forma et aggiugnergli a quei libri de la mia sfera, come prima mi venisse il commodo. Il che non mi è occorso fin’hora di poter fare, parte per havere io di poi posta mano in altre opere, et parte per essere stato impedito da questa mia lunga infirmità; la quale da l’anno del cinquanta in qua, mi ha quasi del continuo, o in un modo, o in un’altro molestato et ancor mi molesta. Ma ritrovandomi questa primavera passata in villa, dove io son solito di stare il più del tempo et non mi sentendo cosi ben disposto, ch’io potessi applicar l’intelletto a studio piu grave, spesi intorno a due mesi in distendere al meno una parte di quelle considerationi sferiche, già da me concepute, et le aggiunsi a i libri miei della sfera, parte in un luogo et parte in un’altro, secondo che ‘l proposito ricercava. Dei quai libri con le già dette aggiunte ampliati, mi è paruto di far dono a V.S. Reverendissima, sì perché hebbero cotali aggiunte la prima occasion da lei, com’ho già detto, et sì anchora, perche mi pareva convenevol cosa di dare con alcuna de le cose mie, quali esse si sieno, qualche inditio al mondo de la reverentia et de l’affettione che io porto a lei et a tutta la nobilissima casa sua; et de l’obligo finalmente che io tengo per molti rispetti a Monsignor Reverendissimo suo Zio. Et tanto mi basti haver detto di questo fin qui. Voglio ben hora, con l’occasione di questa lettera far V.S. avisata di quanto mi sia occorso intorno a quell’opera che io già, senza esplicarli che cosa fusse, le dissi che con nuova intentione haveva io tra le mani in quel tempo che eravamo insieme in Roma. La S.V. adunque si può ricordare, come discorrendo noi alcune volte sopra la materia de le Comedie, mi domandò se io oltre le mie due, de l’Amor constante et de l’Alessandro, haveva in animo di far de l’altre? a che io risposi che io pensava di no, ma che io haveva ben disegnato et già dato principio a una impresa, la quale riuscendomi harebbe recato qualche aiuto ai comici de nostri tempi, né le dissi altro per alhora. Hor V.S. ha da sapere che il disegno mio era questo. Primieramente io haveva disegnato et [p. 002R] formato tutte quasi quelle sorti di persone che possano o sogliano rappresentarsi ne le Comedie, secondo quelle diversità che occoran trovarsi per varie cause ne la vita commune de l’huomo, come a dire per causa di congiuntion di sangue, come son padri, figliuoli, fratelli, nepoti et simili; per diversità di fortuna, come son poveri, ricchi, servi, padroni; di età, come vecchi, giovani, fanciulli; di professione, come legisti, medici, soldati, pedanti, parasiti, meretrici, ruffiani, mercanti et simili; di qualità di affetti, come sono iracondi, innamorati, paurosi, arditi, confidenti, disperati et simili di habito d’animo, come avari, prodighi, giusti, prudenti, stolti, gelosi, inconstanti, vantatori, arroganti, pusillanimi et altri cosi fatti, et in somma andavo io discorrendo per tutte quelle qualità di persone et di vita, che possano rappresentare ne le Comedie la vita commun de gli huomini. Hor a ciascheduna di queste persone, haveva io disegnato d’accommodare, primamente varie scene di soliloquii, lequali se ben fussero tra se diverse, fussero non dimeno tutte proportionate secondo il decoro et la qualità di coloro che si rappresentano. Et di poi incatenando et in varii modi accoppiando le già dette persone, com’a dire il padre col figlio, il padron col servo, il servo col servo, l’innamorato con l’amata, il ruffiano con l’arruffianato et in somma ciascheduna de le già dette persone, con ciascheduna de le medesime, havevo proposto di fare in ciaschun di questi accoppiamenti diverse scene, havendo insieme l’occhio al decoro, tra ‘l verisimile de le persone che si rappresentano; et ad accommodar le scene a varii concetti et diverse inventioni, accioché si potessono applicare a diverse favole con levar solo o aggiungnere qualche cosetta che potesse fare a proposito di quella favola, che si havesse per le mani. Hor come la sorte volle, quando io di cinquecento scene che haveva in animo di fare, n’haveva a pena fatte intorno a trecento, mi accorsi un giorno che mi era stato furato d’una cassa il libro, dove io scriveva di prima bozza questa mia opera. Né per gran diligenza ch’io facessi d’investigare, come il fatto fusse passato, potei mai haverne notitia alcuna, di maniera ch’havendo io gia provato la fatiga che io durava in distendere cosi fatta inventione, et per questo di [p. 002V] sperandomi di poterla durar di nuovo, mi avvilii d’animo et lasciai per abbandonata la già cominciata impresa. Hor da questo caso che è seguito, è forza ancora che l’una de le due cose segua. Perché se coloro a le mani dei quali è venuta questa mia fatiga, non sapran legger li miei scritti, rimarrà quanto ho scritto al tutto inutile et sarà stata vana ogni fatiga che io ci ho durata. Et è verisimile che non gli sappian leggere, poi che quel carattere correntissimo e pieno d’abbreviature strane che io soglio usare ne le prime bozze, è cosi difficile à intendersi che a gran pena io stesso nel trascrivere, lo posso mai bene intendere. Da l’altra parte, sepure è per gran pratica che habbia del mio carattere colui che lo leggerà, o almeno per coniettura potrà egli intendere quanto in quel libro ho scritto, potrà per suo farlo leggere et mostrarlo al mondo. Ma di questo mi curarei manco, perché io non sono mai stato solito di scrivere per ambitione, ma solo per il commodo et per l’utile di chi ha da leggere. Onde giudicando io che questa impresa fusse per esser utilissima a tutti coloro che sieno per far Comedie, rimarrei sodisfatto quando questa incominciata mia opera fusse venuta in mano di persona dotta et ingegnosa, che facendola perfetta con darle fine la lasciasse di poi vedere. Ho voluto fare avisata V.S. Reverendissima di questo caso, accioché ella non si meravigli che quell’opera, che forse aspettava, non sia ancora comparsa fuora. Et insieme ho voluto che V.S. sappia questo: accioché occorrendo che in nome d’altri si vedesse uscire un giorno in luce, ella si ricordi di me, et riconosca per mia figlia, o l’opera, o almeno la inventione. Et con questo fo fine, pregando Dio che la conservi felice.
Di Siena a li X. di Novembre 1560.Alessandro Piccolomini, De la sfera del mondo di m. Alessandro Piccolomini libri quattro, novamente da lui emendati, & di molte aggiunte in diversi luoghi largamente ampliati. De le stelle fisse del medesimo auttore libro uno, con le loro favole, figure, nascimenti, & nascondimenti da lui novamente riveduto, & corretto, Venezia, Giovanni Varisco, 1561.
Exemplaire reproduit : Madrid, Biblioteca Complutense, BH FLL 21281
Alessandro
Piccolomini
(auteur, dédicateur)
DBI (2015)
Antonio Cocco (dédicataire) Neveu de Giacomo Cauco, était archevêque coadjuvant de Corfou, archevêque de Patras, et à la mort de son oncle devient archevêque de Corfou (1565).
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