




























































Avendomi io tolta impresa piu anni sono (Beatiss. P.) di trattare in lingua ltaliana la Filosofia Naturale et la morale non d’una cosa o d’altra scrivendo discontinuatamente, com’han fatto alcuni innanzi di me, ma con ordine continuato, da i lor principii incatenando le cose, secondo la natura del corso loro, ponende principalmente le piante sopra le pedate peripateriche; con agevolare spesso le cose, et dar lor lume secondo ‘l bisogno, et havendo al presente resoluto, per far prova del giuditio che ne sia fatto, di mandarne fuora sotto la protettione di V. B. una parte, senza aspettar che l’altre compagne ne vadin seco; ho pensato che non sia forse fuor di proposito che io de l’una et de l’altra di queste mie intentioni renda brevemente qualche ragione. Ma perché la prima contien dentro di se due cose, cioé [p. 001V] l’haver io tolto cosi alta impresa, com’è scriuere il corso intiero e continuato di quelle due parti dette de la Filosofia, doppo altri, che escellentissimi, e Greci, et Latini, e Arabi l’hanno fatto: et l'haver’io poi il primo (s’io non m’inganno) eletto in far questo, la lingua nostra italiana, non essendo stato chi habbia osato tal cosa fin qui ch’io sappia, a l’una et a l’altra di queste cose, sarà bene, ch’io in parte purgandomi sodisfaccia. Sono alcuni (Beatissimo P.) i quali, o perché stimino così esser vero com essi dicano, o veramente perché punti d'invidia, non vorrebbono che le scientie si trovassero in molti, pensando per questo che quanto più quelle in pochi si troveranno, tanto più sia per apparir glorioso e maraviglioso quello che par lor sapere, dicano apertamente che non si deve con lingua commune al volgo, scrivere li segreti de la Filosofia, né con dichiarationi aperte et diritte manifestar le cose de la Natura, acciò che sì preciosse cose non si discoprino a gli intelletti manco elevati, ma ai sublimi soli che pochi sono, si ponghino innanzi con tai velami che ben’essi penetrar vi possin con l'acutezza loro; et quei che degni non ne sono si confondino, et dietro restino. Onde non altrimenti che nel modo detto quei primi Filosofi escellentissini nei tempi a die- [p. 002R] tro trattarono negli scritti loro i profondi sensi de la Filosofia, mentre che con coperta di favole et d'allegorie, quella circondarono in modo che a rarissimi, cbe avanzavano d’acutezza di mente gli altri, era fatto adito d'andarvi appresso. Hor innanzi che io con brevi parole mostri quanto costoro s’ingannino a pensar che sia bene di tener le scientie et l'arti cosi nascoste a ogni intelletto non in tutto elevato, doviam considerare la grossezza del lor discorso, perciò che quando ben si concedesse per buono questo nascondimento, non di meno con l’usar piu questa che quella lingua, non più, o manco si conseguirebbe, potendosi non men ne l’una che ne l’altra lingua trovare intelletti altissimi a filosofare, e altri inettissimi a tanto bene. Io posso veramente affirmare di cognoscere hoggi molti securi et spiditi ne la lingua greca et molti altri ne la latina, et non pochi ne l’hebrea, i quali non di meno poveri di scientie, rozi di buon costumi e quasi stolidi d’intelletto, si fan conoscere. Et per il contrario altri, e non pochi assegnar potrei acuti, ingegnosi et benissimo costumati et in somma soggetti altissimi a le dottrine, i quali tutta via altra lingua non conoscan punto che questa, con cui communemente in ltalia parliamo et scriviamo. Et questo medesimo [p. 002V] si deve credere che nei tempi à dietro accascasse, in maniera che in ogni tempo, in ogni lingua, in ogni natione, che in tutto ferina non sia, né barbara, si sien trovati et sieno per trovarsi buomini stolti, vitiosi e nemivi de le discipline; et altri per il contrario prudenti, modesti et a la Filosofia attissimi a maraviglia. Là onde, seben noi uolessemo (com’ho già detto) nasconder le scientie a gli intelletti manco sublimi et manifestarle ai molto elevati, poco potrebbe per ciò giovarci l’uso di questa più che di quella lingua. Ma veggiam hora quello che di cotal nascondimento stimar doviamo.
Tre modi (Beatissimo P.) per quanto si ha notitia de tempi à dietro, sono stati al mondo di trattar le cose di Filosofia: tutti in vero molto tra di lor diversi, ma proportionati a i costumi et a le qualità de i tempi. Primieramente in quei secoli primi che la Terra o di nuovo (come haviam da credere) fu prodotta al Mondo, o ver (come stimaron molti) da profondo diluvio d’acque già fatta libera, come rinata e rinnovata si discoperse : gli huomini per qualche tempo, per esser sommersa ogni memoria et essempio di Scientia, d’arte et di buon costume, furono cosi rozi, barbari et ferini ne la vita [p. 003R] loro, che se ben la Terra fatta sommamente gravida con la sua fertilezza e benignità spontaneamente in gran copia producendo le biade, l’uve et gli altri frutti, senza che bisogno havesse di zappa, di vomere, o di rastrello et senza vedere il sudore di coloro che de i suoi parti godevan poi, faceva parer quell’età cosi felice, che età de l’oro meritamente, quanto a questo, può nominarsi ; non di meno, se a la rozzezza et bestialità di quegli huomini si riguarda poi, più a ferro o ad altro più vil metallo che a oro o argento assomigliar si deve. Conciosia cosa che senza cognition di legge, o humana o divina vivendo quelle prime genti, prive d’ogni arte et d’ogni disciplina, senz’alcun buon discorso di ragione in ogni attion loro si governavano, male habitavano, male si ricoprivano, et più per loro semplicità et inettezza che per giusta elettione, in qualche pace et insipida libertà vivevano otiosamente, et senza cognoscer vincol d’amicitia, o di parentela, con questa e quelle de le Donne loro, non distinguendo, perché o madre o figlia o sorella fosse, dove più l’impeto de l’affetto gli sopragiugneva, si congiugnevano.
Et se alcuni pochi tra tanta rozezza, di maggior discorso, o di più chiaro intelletto nascevano, [p. 003V] a i quali come di natural prudentia dotati, s’appartenesse di regger gli altri, et dar lor legge, monstrando lor la vita che convien a l’huomo, et palesando la forza de l’honesto, et del vero, questo non di meno non potevano apertamente fare, acciò che quella moltitudine aspra et silvestre, che da l’ senso pendeva in tutto, non chiudesse l’orecchie et a l’honeste admonitioni non ricalcitrasse. Per la qual cosa quei pochi saggi che tra di loro si trovavano, con dilettevol velame di poetici ornamenti, et di favole ricoprendo le persuasioni che volevan fare, cominciarono a poco a poco a inveschiar quegli animi di Zelo di religione, et quindi sotto attioni et nomi degli Dii, le cose de la Natura trattando, dieder principio a filosofare. Onde l’universo, Pane domandando, Giunon l’aria, Nettuno l’acqua, Cibel la Terra, Cerer le biade et ‘l simil de l’altre cose facendo, quelle operationi a cotali Dii poetizando assignavano, che a le stesse cose naturali, veramente per lor natura accadevano. Et in un medesimo tempo sotto simil utilissimo inganno, a regola, et norma d’humana vita, et sotto custodia di sante leggi, dentro a cerchia di mura finalmente, quelle disperse genti s’accoglievan di giorno in giorno ; di maniera che si come a un cavallo il primo freno con [p. 004R] difficoltà si potrebbe porre, se con aperto incontro et non con lusinghe et color di carezze, se gli andasse intorno ; cosi medesimamente, male a l’utilissimo freno delle leggi, et de la ragione si sarien potuti quegli huomini de primi secoli sottoporre, se senza qualche coperta d’apparente diletto ripiena, si fosse lor portata innanzi quella medicina, che da la lor rozezza, doveva lor purgar gli animi e render salvi. In questa guisa adunque, come haviam detto, agevolaron la strada a la notitia de l’honesto et del vero, quei primi Theologi et filosofi escellentissimi, come fecer Museo, Lino, Orfeo, Mercurio et altri ancora.
I quali con la scorza dolce della poetica imitatione, che per se stessa agli huomini è suavissima, dieder cotal sapore a le medolle de le cose, che da i sensi degli ascoltanti fu data a i lor detti tale strada che a poco a poco ne le menti di quegli penetrando trovaron luogo. Onde non senza ragione fu detto poi che da la dolcezza dell’harmonia, fosser tirate le fiere et gli Sterpi, e che i sassi stessi tratti da tal diletto, in forma di mura per se medesimi s’accoggliessero. però che in vero non havevano da le piante et da le fiere molta dissomiglianza quei primi popoli, mentre che con dolce et util inganno, fu- [p. 004V] rono da chi più sapeva persuasi a l’uso de la ragione, e dentro a Città ridotti. Doppo qualche tempo poi, essendosi già in gran parte dato luogo a l’humanità et a la civilità, successe un nuovo secondo modo d’insegnare et di trattare le cose di Filosofia, il quale non così lontano come ‘l primo era da le cose che si trattavano, né ancora si vicino, che punto con esse si mostrasser le cose aperte, come le sono. Una cotal via fu seguita da i Pitagorici et lor seguaci, i quali sotto ‘l nome di cose mathematiche tutte l’altre cose comprendendo, componevan di linee et di superficie le cose de la natura, et coi numeri esprimevano ogni concetto loro, non ché le sostanze esser veramente numeri si stimassero,. ma per le proprietà di questo et di quel numero, le nature de le cose a quelli n’accommodavano et assomigliavano. Gli Accademici venendo poi, queste pedate in qualche parte osservarono et in qualche altra parte le favole et l’allegorie di quei primi Theologi ricevendo, con grande ornamento di parole et altezza di significati s’ingegnarono di far parer magnifiche, splendide et venerande le cose che scrivevano e ragionavano. Là onde in Platone si conosce, che da le cose sublimi, spiritali et angeliche, prendeva [p. 005R] I principi et li capi suoi; donde à le cose basse materiali, e sensate ampliando et ornando le sue parole, scendeva poi. La quale strada, sebene a la natura degli intelletti par più conforme che a quella de l’huomo non è, che ne la certezza de i sensi è fondata: tutta via ella molto magnifica et di assai maiestà, et con gran maraviglia si mostra a gli animi de’ riguardanti, i quali spesse volte più rimangan persuasi da ragion deboli et apena verisimili, ma ben ornate et gonfiate, che da veri argomenti puramente detti, non furon poi. Altre sette di filosofi che seguiron appresso, i Peripatetici principalmente, per una terza via caminaron filosofando, più dell’ altre al mio giuditio, diritta et secura, mentre che ogni improprietà et metafora lasciando in dietro, e ogni ombra, et color poetico nemicando, al Vero stesso puro e schietto, in quel proprio luogo dove gli è posto, per diritto camino d’arrivar s’affannavano; et quindi trattolo e in luce posto, a gli altri con aperta manifestatione s’ingegnavan di far vedere. Tutto questo ho io fin qui detto acciò che si cognososche se da huomini saggi è stata nei tempi andati la Filosofia con veli di poetiche imitationi scritta et insegnata, non fu perche quasi da [p. 005V] invidia punti, volessero in questa guisa occultare in modo la noticia del uero, et de l’honesto che rarissimi fosser quelli che l’asseguissero, ma non per altra ragione acciò spinti furono, senno perché, considerata (com’ho detto) la rozzezza degli ascoltanti, volendo lor persuader la via che conveniva, a la qualità del lor essere era forza d’accommodarsi. Et che questo sia vero, veggiamo che mancando poi questa cagione, mancò parimente un tal modo di discipline, e al vero stesso per diritto sentiero, cercarono di condurre altrui molti Filosofi escellentissimi, come Aristotele et altri molti, i quali non si curarono con lusinghe di dilettatione inveschiare i loro ascoltanti, ma con le cose aperte procedevano, ne le quali altra difficultà non era congiunta, senno quella stessa, che le cose medesime portan seco. Et quantunque molto ben cognoscessero questi huomini grandi che alcuni se ritruovano alcuna volta tra quei che leggano o he ascoltano, i quali così stupidi d’intelletto sono, et così inetti a filosofare, che mai non son per comprender le cose che sieno insegnate loro; non di meno più lesto volsero di questi tali non haver cura, che lasciar di mostrar la verità de le cose ignuda, et senza coperta alcuna, a quegli altri che avvertendole le potran- [p. 006R] no intendere. Per la qual cofa, se io questo terzo modo mi sono eletto di scriuere et non con improprietà di parole et esornation di clausule, né con mischiamento di favole, ma per il contrario con piano stile et diritto, dichiarando, agevolando et aprendo, mi son ingegnato di manifestare le cose come veramente le sono, non solamente non temo d'acquistarne biasmo, ma confido più tosto di meritarne gratie maggiormente che havendo io risguardo a molti gentili ingegni che sono in Italia et altra lingua non sanno che la lor nativa, acciò che per conoscer' essi il vero de le cose, non habbin da consumar prima quella poca età che gli avanza per imparar lingue stranie, ho voluto in questa stessa domestica lingua nostra scrivere li miei concetti perciò che non ho io approvato mai (Beatissimo Padre) il giuditio di coloro i quali senza saper che natura et che forza le lingue tenghino, non vogliano (pensandosi di così parer più dotti) che si legga o si scriva in lingua Italiana et da se discacciando ogni libro che hebreo non sia o greco o latino, non pensano che quanto in nostra lingua si possa scrivere, deggia stimarsi cosa che dotta et che buona sia, come se la dottrina e'l valor de i libri habbia da pender manco da le cose, [p. 006V] che ui fono fcritte, che dà le lingue che le comprendano. L'una dunque de le due cose e forza che dichino coloro che così pensano o vero che per questo ne la nostra lingua non s'ha da scrivere, perciò che per esser ella presente et domestica, non così merita come la forestiera et l'antica et se ciò dicano, è forza parimente che confessino male haver fatto i Latini a scriver latinamente et male i Greci grecamente et così gli altri che in lor lingua nativa hanno scritto di maniera che con difficultà nel rivolgere i tempi a dietro ritrovar potremo quella lingua ne la quale meritamente si fosse scritto o veramente fa di mestieri che dichino che questo infortunio pate particolarmente la nostra lingua, come non capace de i concetti et de le sententie che s'han da scrivere. La qualcosa a questo si conosce esser falsa che se a i Latini fu lecito nel principio del lor' imperio di scriver latinamente ne la propria lingua loro la qual per esser quasi all'hora nata, veniva a esser come son tutte le cose nuove, debole et imperfetta, questo medesimo et molto più potremo a ragion far noi con questa lingua così già nodrita et cresciuta come veggiamo et se pur qualche figura di dire o modo di parlare o altro qual si voglia ornamento le [p. 007R] manca ancora, ella non è morta per anco, anzi vive gagliardamente et si truova vivace in guisa che ogni cibo che le porgiamo, farà ella col caldo de l'uso potentissima a digerirlo et convertirlo in natura sua il che de la lingua Latina non adiviene come quella che trovandosi ne la pronuntia morta tanti anni sono solamente un' ombra ne i libri di sé ritiene, dove che la nostra, pasciuta da l'uso può prender fin che la vive più sempre forza di giorno in giorno. Così volessero le persone dotte di questi tempi mostrar altrui le dottrine loro con questa lor lingua propria, come in qual si voglia scientia verrebbe lor fatto agevolmente. Et se ben mancasse forse qualche parola d'alcuna cosa, non manco saria lecito a noi a le cose nuove impor nuovi vocaboli che si fosse a i Latini, i quali o transportando da i Greci, o di nuovo fabricando, non si lasciavan mancar parole onde i lor concetti facesser chiari.
Ne di ciò fi deve maravigliar' alcuno considerando che in qual si voglia arte, l'uso de la quale non sia commune fabricano i propri Artefici vocaboli che a chi di noi volesse poi di quell'arte trattare, parrebbon nuovi. Hanno medici, i mercanti, gli architetti et finalmente in ogni altra arte [p. 007V] proprij lor vocaboli che salvo che a lor, parranno ad ogni altro strani. Onde ne la stessa Filosofia, che è l'arte de la vita nostra, alcune parole accaderà spesse volte di ritrovare che se ben non parranno trite et usate per le piazze, per le strade, saran non di meno degne d'esser da l'uso ricevute, nodrite et fatte nostre. Ben' è vero che io non negarò che nel partorir nuovi nomi non a caso fà bisogno di figurargli, ma con avvertenza che di suono et forma si faccian tali che a le lingue a cui s'han da donare più che si puote si conformino et rassomiglino et non si ponga (per essempio) senza limarla prima con l'acutezza de l'orecchie nostre una parola che habbia suon todesco o schiauone tra gli altri nostri vocaboli che da la forma di quelle tai lingue son differenti, havendo ciascheduna lingua un certo peculiar suono, una certa propria prolatione et forma di congiugnere insieme lettere che nel proferire dissomiglianti tra di loro le rende poi. Essendo dunque così lecita (com'haviam detto) questa immutatione et innovatione di vocaboli ne i bisogni nostri, non so per qual mala fortuna nostra, tra tanti escellentissimi Filosofi che haviam' hoggi, non sia stato per ancora alcuno che de le cose di Filosofia non rottamente di [p. 008R] questa, o di quella parte, (il che fare senza dedurre incatenatamente le cose da i lor principi partorisce più tosto confusione che scienza), ma con stile continuato habbia scritto ne la lingua nostra sì come in essa non son mancati molti che tragedie, comedie, satire, sonetti, stanze, canzoni, historie et novelle hanno scritto vaghissimamente et dottamente. Forse direm noi che sia bene che tai cose in ITALIA communemente si leghino et quell'altre poi appartenenti a i costumi et a la felice vita de l'huomo, sien' nscoste tenute a chi la lingua latina o greca non habbia appresa ? Saran mai cosi invidiosi quei che san greco et latino che comportino che tante et tante persone che non han né tempo, né commodo d'apprender le lingue stranie sien prive senza lor colpa d'imparar leggendo tante et sì belle cose, che d'intorno a la belezza del Mondo et a la beata vita de l'huomo han trovate et ne i lor libri lasciate Platone, Aristotele et tanti altri escellentissimi Filosofi ? i quali non invidiosi, come sono i dotti de i tempi nostri, ma benigni verso de la patria loro, essendo Greci, grecamente scrisser né andarono accattando lingue da forestieri, per occultare a i lor domestici le ricchezze degli animi loro. [p. 008V] Et da questo nasceva che i gioveni che imparar dovevano, a pena havevano appresa la lingua da le nutrici loro, che si potevano a le cose stesse odendo et leggendo applicare, et era lor questo di grande importanza, per fargli venir tosto dotti. La qual cosa ne i nostri tempi non adiviene, per la necessità che haviamo de la lingua greca, hebrea et latina, nel seno de le quai lingue, l'arti et le sententie si stan nascose di maniera che è forza se alcuna cosa vogliam sapere, di consumare in accenti et vocaboli et strutture loro non solo la fanciulezza et l'adolescentia, età attissime a far ferma impresssione, ma la giovinezza ancora, buona parte de l'età matura, che ono il nervo del nostro intelletto. Restaci poi per le cose stesse la vecchiezza debole et stanca, che prima ne tronca la vita che sappiam nulla. Queste cose veggendo io (Beatiffimo Padre) quanto importassero, aspettava pure che fra tanti bellissimi ingegni che io conosco hoggi in ITALIA attissimi' à questa impresa, alcuno fosse pure che mosso a pietà di così bella parte del Mondo come è l’ITALIA, volesse donarle le Scientie ne la lingua sua ma veggendo d'aspettare indarno, persuaso sol da zelo di giovar altrui, [p. 009R] feci pensiero alcuni anni sono, poi che coloro non fanno quello che meglio di me farebbono, d'esser' io quello che desse principio a portar'altrui la ordinata Filosofia ne la lingua nostra, sperando che oltr’al giovamento ch'ella in tal lıngua è per recar' a i nostri, potrò agevolmente in questo giovar ancora che forse gli altri che più sanno che non so io, quasi mossi da vergogna, a così util impresa soccorrendomi daranno aiuto. O che a DIO piacesse per benefitio di così bella provincia, com'è l'ITALIA, por ne i cori de i più dotti Intelletti che vi son hoggi, un consenso et quasi una conspiratione per liberarci da la necessità che a chiunque voglia saper qualche cosa, ne pongan le lingue stranie, per il qual consenso partendosi tra di loro le provincie de le scientie et de le discipline, in maniera che a l'uno toccando la divina Filosofia, a l'altro la naturale a la morale, a questo l'Astrologia, quello la Medicina et il simile de la Rhetorica, de la Poetica, de la Geometria, de la Musica et de l'altre nobili facultà discorrendo, secondo che l'uno più fosse ne l'una che ne l'altra escellente, scrivessero in lingua nostra certa cosa e che se ben nel principio non apparisse a pieno la grande utilità di cotal impresa, per haver già gli stu [p. 009V] diosi che son hoggi durata fatiga in tor la lingua greca et la latina, tutta via con successo di poco tempo i fanciulli che già son nați et molto più quelli che nasceranno, tanto di giovamento ne sarien per sentire, quanto sarien per recarne quelli anni i quali si danno a le lingue stranie,se ne le scientie stesse fin da tenera età si consumassero. Là onde si potria confidentemente sperare, che non molte decine di anni farieno per rivolgersi che degli Aristoteli, de i Platoni, de Tolomei, de Galeni et altri così fatti huomini escellenti si troverebbono. Il che tanto più n'avverrebbe quanto che se un tal consenso de i dotti d'hoggi si discoprisse, non ardirebbe questa plebe de i litterati di biasmare et prosuntuosamente giudicare quello che non cognosce. Et in vero è cosa abomineuolissima ne l'età nostra il veder tanta peste ne le discipline quanta n'apportan questi, che a pena han posto le labra a l'orlo de le scientie, che vogliano sfacciatamente far giuditio di che sapor le sieno. La qual razza d' huomini tanto è più da tenere in nulla che non son coloro che senza littere in tutto si quietan ne l'ignorantia loro, quanto che questi non osando di contraporsi in quello si acquetano che è giudicato da i dotti, et quelli per il contrario, parendo lor di sapere quel che non [p. 010R] sanno fatti per ciò gonfiati da'l vento de l'arrogantia,si pongano a biasmare la salda dottrina di quelli de l'ombra de i quali non son pur degni. Ma per questo non si hanno già da sbigottire questi che sono hoggi veri litterati, nè han di lasciare in dietro di scrivere quel che sanno, anzi sì come d'un solo vero litterato par loro, han da tener più stima che d'una turba intiera di quelli altri che sono indegni di questo nome, così ancora han da tener per certo che il giuditio di questi tali sì come è fondato in una crassa et doppia ignorantia, così per la forza di breve tempo sarà sempre per cadere a terra.
Ma lasciando per hora la cura a gli altri di far quello che convien loro, havendo io in animo per quello che convenga a me di far la filosofia, per quanto le forze mie possano, Italiana, ho pensato che ciò non sia da far traducendo di parola in parola quanto hanno scritto li Greci et li Latini, perciò che per le proprietà et minutezze che portan le lingue seco, renderebbe il far questo confuso et difficile quanto che si scrivesse, ma più tosto senza obligarmi al numero de le clausule et de le parole, nè a determinato ordine et stile che si truovi in loro ho cercato scrivendo di non dilungarmi nel senso de le cose da la sententia de i più pregiati Filosofi che hano scritto, et quanto a l'ordin [p. 010V] poi et a lo stile et compositione, ampliando, dichiarando et alluminando, allargarmi, stringermi secondo 'l bisogno a voglia mia, tenendo sempre come berzaglio dinanzi a gli occhi l'agevolezza che io mi sforzo di portare a chi sia per leggere i libri miei in che mi credo d'haver asseguito tant'oltra che molto più agevoli appariranno le cose di Filosofia che molti non si credano che parer possino.
Non vorrei già per questo che i Lettori si pensasseno d'haver a leggerle come si leggan historie o novelle, talmente che aprendo il libro dovunque s'abbattin leggendo, credino di poter senza avvertenza alcuna gustar le cose che vi sono, perciò che fa di mestieri che coloro solamente leghino questi libri i quali havendo in animo d'intendere et imparar filosofia, con avvertenza procurino et pensino a le cose che leggano cominciando dal principio, seguendo di mano in mano secondo che le cose tra di loro incatenate, l'una da l'altra dependeno. Et in cotal guisa facendo confido che qual si voglia che da natura suo mal allievo et mala consuetudine non sia fatto rozo et inetto in tutto a filosofare, con assai agevolezza sia per asseguir leggendo l' intento suo. Hor' io in questa impresa mi so [p. 011R] no eletto tra quanti dottamente negli anni corsi, hanno filosofatto ne i libri loro, per mio Principe guida Aristotele, il quale non in molte cose (secondo 'l mio giuditio) dissentisce da Platone et più ordinatamente scrive di lui. Da la dottrina d' Aristotel dunque non si dilungaranno li scritti miei sennò in quanto alcuna volta la strada o del senso o di pianissima demostratione mi disviasse dico, perché tre essendo principalmente le guide del nostro assentire, il senso non ingannato, il discorso de la ragione et l'authorità, in tal modo quanto a la certezza tra di loro ordinate secondo li Peripatetici che l'argomento é superato dal senso et vince la testimonianza dell'authorità di qui è che io parimente se ben quanto a l'authorità, a niun'altra darei più fede che a quella del più che huomo Aristotele, per esser egli il più ordinato et sensato filosofo et più remoto da contradictione che io habbia conosciuto per sino a hoggi non di meno ogni volta lo lascerò (ben che rarissime volte m'accadrà questo) che ragion demonstrativa contra d'alcun suo detto mi verrà innanzi si come (per essempio) mi accade di fare in quel luogo, dove egli vuole che per l’altezza del monte Caucaso più di quattro hore prima da [p. 011V] la parte di Levante et più di quattro poi da quella di Ponente si veggia il Sole che nel piano horizonte a li piedi di quel monte non si può fare. Medesimamente per meglio imitare io Aristotele, lascerò Aristotele et le ragioni sue che più non saranno che verisimili et d'ogni altro authore parimente, ogni volta che il senso mostrarammi aperto il contrario, sì come (per essempio) mi occorre di fare intorno à l'habitatione sotto dell'Equatore, secondo che dichiararemo al luogo suo. Né penso io di poter per questo esser ragionevolmente stimato manco aristotelico, essendo questa la vera via del filosofar d'Aristotile, il quale per la ragione et per il senso, lascia da parte la testimonianza di qualsi voglia filosofo di quel tempo in tanto che ancora contra di Platone stesso suo precettore per la verità s'oppone quando fa di bisogno.
Hor tornando a la intention mia, che è di servire con la via ch'ho già detta le cose di filosofia, havendo quella di mestieri come per instrumenti suoi di quelle cose che tratta il Logico, io tre anni sono feci pur in lingua Italiana sotto titolo d' Instrumento de la Filosofia una facile et raccolta introduttione di tutto quello che di più momento appartiene al logico di trattare et a l'Illustrissimo [p. 012R] et Reverendissimo Cardinale de Mendozza mio padrone l'ho dedicata al valor prima del quale et a la cortesia poi verso di me sono grandemente obligato.
Coloro adunque che leggeranno questi libri miei, bisogna che sopponghino per manifesti tutti quei termini et quei concetti che vi troveranno, li quali prima da me in quello Instrumento fur dichiarati per preparatione et agevolezza di queste scientie et prima hanno da esser letti secondo che ricerca l'ordine da coloro che questa mia Opera presente habbin da torre in mano. Ma tornando a proposito di questa opera mia presente, dico (Santissimo Padre) che io mi sono ingegnato con quella agevolezza che ho più saputo ne la lingua nostra raccorre tutto quel succo che ne le cose più importanti e nascosto de la Filosofia. La quale perché in parti principalmente si divide speculativa et attiva, cioè d'intorno a la verità de le cose che non da'l voler nostro ma da la Natura dependano et d'intorno a quelle che per il contrario, qualità prendano da l'elettione et da'l voler nostro, io de l'una et de l'altra di queste parti le più importanti cose ho ordite et in gran parte intessute in così fatta dispositione.
[p. 012V]Primieramente quello che tocca a la Natura ho io diviso in più tomi o ver parti, ciascheduna de le quali in quattro Libri è partita: ne la prima Parte dove si tratta de primi principii de le cose naturali la quale sola viene al presente in luce, quello che si contenga si può minutamente veder ne la tavola sua. Nell'altre Parti poi, da i principii a le cose principiate venendo, dell'Universo stesso prima per se tutto intiero considerato et quindi a le semplici et maggiori sue parti passando, de la Celeste prima et dell'altre quattro appresso che inferiori et caduche si truovano si tratta abondantemente et da i corpi semplicemente composti, a i misti venendo poi degli imperfet prima, che Meteorologici si domandano et quindi di quelli manco imperfetti, che son privi d'anima et finalmente degli animati, così vegetabili come sensitivi et discorsivi, copiosamente scrivendo, in più parti questa Natural Filosofia ho partita. Quanto a l'attiva parimente l'ho io divisa in più parti et ciascheduna di quelle in più Llbri dove de la prima constitutione de le città si ragiona et del fine a che furono da prima fabricate et ordinate. Et perché per il buon governo de le città è forza prima che [p. 013R] sia buon gouerno ne le case private, dove s'hanno da allevare et instituire quelli che hanno poi ad amministrar le Republiche, ho ampiamente d'ogni minuto officio che nel governo de la casa appartenga trattato. Quindi de i diversi modi et diversi fini che si truovano di governar città et de le lor corrottioni et remedii ancora ho scritto assai largamente. Et appresso a questo del perfetto modello d'amministrar Città et de le distincioni de i magistrati et lor creationi et de gli offitii loro ragionando ho finalmente de le leggi a lungo et de l’officio de i buoni legislatori scritto quanto giudicavo ch' appartenesse. Hor ha inteso (Beatissimo Padre) V. Beatitudine in breve somma di capi tutto il succo ne i libri miei si rachiude, de i quali gran parte sta già tessuta et l'avanzo sta ordito et pronto a tessersi facilmente. Et così ho fin qui fatto chiaro a V. Beatitudine non solo perché con questa fatiga mia, ho preso a scriver le cofe di Filosofia, ma ancora per qual cagione in lingua nostra Italiana et non in altra forestiera ho fatto questo. Resta che con alcune poche parole io dichiari quello che in secondo luogo promessi da'l principio di questa Epistola la qual con questa sua lunghezza, mostra d'esser [p. 013V] come prohemio non sol di questa prima Parte ma di tutte le altre insiememente. Promessi dunque da principio di dichiarare secondariamente per qual cagione sola la prima Parte habbia io voluto al presente mandar in luce riserbando l'altre ad altro tempo, et perché a V. Beatitudine habbia havuto intentione di dedicarla. Egli suole assai spesse volte (Beatissimo P.) lo stesso affetto de le cose proprie farle stimar di più momento che non riescano nel vero poi, nè può quanto si voglia prudente huomo così ben ripararsi che in qualche parte non ne riceva inganno. Per la qual cosa quantunque io mi sia ingegnato di spogliarmi d'intorno a questi scritti miei d'ogni soverchio affetto proprio, tutta via per più securezza non ho voluto arrischiare et metter' in pericolo ogni cosa insieme ma solamente la Prima Parte acciò che ponendo questo come saggio in luce et avvertendo a tutto quel giuditio che ne faranno gli huomini più giuditiosi che lo leggeranno io possa poi da questa avvertenza ammonito o mutare o torre o aggiugnere o emendare in quelle altre parti che seguiranno, talmente che in brevissimo tempo possino ancor esse venire in luce: si vorrà co’ la gracia di Dio punto ( com'io spero) lasciarmi questa lunga continua infirmità che già due anni dentro [p. 014R] sepolto ne la mia camera et gran parte di questo tempo dentro al letto tenendomi mi ha molestato. Et tanto più voluntieri ho solamente questa prima Parte mandato fuora quanto che co'l sentir' io poi che coloro che leggeranno questi scritti mostrin sodisfattione di cotal lettione sì come ho speranza che avvenir deggia, da questo favor loro prenderò tanto animo et tal' ardore che assai più limati et di maggior perfettione questi altri scritti ne diverranno et maggiormente perché di tutte le parti de la Filosofia questa Prima che de i principij tratta de le cose naturali è la manco dilettevole et più difficile a dichiarare che l'altre parti non sono ne le quali de l'Universo stesso trattando et del maraviglioso ordine suo con assai più diletto et più chiarezza si può procedere a la V. Beatitudine ho finalmente disegnato (Santissimo Padre) di dedicar questo principio de la mie fatighe però che essendo questa impresa per la novità sua sottoposta a qualche pericolo de i giuditij de gli huomini a i quali soglian portare qualche inciampo le cose nuove, mi bisognava provederla di fautore et protettor tale che potesse et volesse ricoprirla et salvarla con l'ombra sua. Ho eletto dunque V. Beatitudine come quella [p. 014V] in cui si truova primieramente la potentia con sommo grado et l'authorità di che rendo gratie a Dio che in benefitio di tanti popoli habbia congiunto in lei, con il potere, somma prudentia ancora. Et oltra di questo, quanto a la voluntà di lei non diffido punto che per la benignità et clementia sua già nota per ogni parte non habbia per accendermi et innanimarmi a quel che segue da mostrar sodisfattion d'animo et disposition de favore a questi libri che io con ogni humiltà le dedico et le consagro. Né con altro segno che con questo picciol dono potevo io mostrarle inditio de la contentezza del mio animo in così commune allegrezza che di questa sua felicità si dimostra. Gli altri con fuochi, con insegne, con archi et con feste et altre cosifatte cose manifestano il contento de i lor quori: et io con il dono di questi pochi frutti che da i miei studi possan nascere, tutto pieno d'allegrezza fò quello inditio a V. Beatitudine del mio affetto che io posso fare, pregando Dio grandissimo che lungo tempo la conservi in somma prosperità et da lei non fi parta mai in ogni pensiero, attione et disegno suo.
Di Roma il di xxviii d'Aprile M.D.L.
Alessandro Piccolomini, La prima parte della filosofia naturale, Roma, Vincentio Valgrisi, 1551.
Exemplaire reproduit : Paris, Bibliothèque Nationale de France, R-9599
Alessandro
Piccolomini
(auteur, dédicateur)
DBI (2015)
Jules III
Pape
(dédicataire)
DBI (2007)
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