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Trattato dei governi d'Aristotile tradotto di greco in lingua vulgare fiorentina
[p. 001R]

ALLO ILLUSTRISSIMO ET ECCELLENTISSIMO Signore et Padrone mio il Signor Cosimo de’ Medici Duca di Firenze.

Egli è stata mia intentione, Illustrissimo Principe, dappoi che io haveva messo in questa nostra lingua vulgare l’Ethica de Aristotele con al quanto di commentatione, di metterci medesimamente il trattato fatto da lui sopra la consideratione dei governi chiamato generalmente la Politica, per la ragione, che questo trattato conseguita a quello della Ethica, et sono, a dire il vero, amendue congiunti sotto l’universal consideratione della civil facultà, la quale impresa havendo messa ad effetto in quel miglior modo, che alle deboli forze del mio ingegno è stato concesso, ho dappoi preso animo di dedicarla al vostro Illustrissimo nome, et di fargli un presente di questa mia fatica, qualunche ella si sia, confidatomi in questo caso nella generosa et cortese natura di Vostra Eccellenza che debba accettar questo dono, non perché ei meriti d’essere accettato da quella, ma perché a lei si convenga di non mandarne alcuno [p. 001V] scontento, che l’offerisca quel tanto, che per lui si puote, in guisa di quel primo et Invittissimo Cesare, il quale, trapassando l’Alpi che dalla Italia dividono la Francia, lodò estremamente, et accettò con amica voglia da uno che in quel luogo poveramente l’havea raccettato, tutto quello, che innanzi gli fu posto a mangiare, avvenga, ch’ei fusse in tutto dispiacevole al gusto. Questo mio disegno di mandare a Vostra Eccellenza questa opera è anchora stato aiutato da un pensiero, che m’è venuto nell’animo, et tale è, che convenientemente sia indiritta al Principe, et Governatore della Patria mia una facultà, che tratta di tutti i governi, escogitata dal principe et dal maestro di tutti gli altri, che per via naturale hanno insegnato agli altri huomini: et che per ciò ella non debba essere a sdegno di vedersi da Vostra Eccellenza né da qualunche altro rincipe si ritrovi o governatore di stati, ancora che a Vostra Eccellenza per la cognition d’essa non faccia in tal lingua di vederla mestieri, essendo ella di tai materie benissimo instrutta et per via della latina, et per via della greca lingua. Ma ritornando all’incominciato discorso dico, che se bene in queste faccende, che risguardano l’attioni, et i particulari, molto più ne sono periti coloro che l’esperimentano, di quegli, che solamente ne posson fare con la mente esaminatione; con tutto ciò che non interviene, che più attamente di loro non possa farne giuditio chi ha la notitia particulare, et l’universale accozata [p. 002R] insieme: io vo dire, che molto meglio saprà trattare di questa materia chiunche oltre alla prattica, che egli n’habbia, di più v'harà aggiunta l’universale scienza; non altrimenti che si intervenga nei medici, infra i quali sempre migliori sono stati tenuti quegli che hanno esperimentato l’arte del medicare, et che di più hanno dei lor medicamenti saputo render ragione, che non sono stati tenuti gli altri, che hanno havuto disperse l’una notitia dall’altra. Né qui ci sia nascosto, che infra le due dette notitie, et la particulare ciò è, et l’universale non ci sia una gran differenza in havere o l’una, o l’altra, conciosia che la notitia particulare disperse molto più giovi, che non fa disperse quella dell’universale; anzi affermo io la prima esser quella, che importa, et che agli esperimentati nei governi, et nelle attioni molto più fede, che agli altri prestar si debba: per la ragione, che l’attioni sono intorno ai particulari, dei quali essi n’hanno l’esperienza. Ma tal ragione allegata da me potrà forse parere contra ‘l gran Philosopho et considerator di questa materia; come quegli, che, essendo stato occupato solamente nelle speculationi, non possa dir cosa, che molto meglio non si sappia da chi governa: ma ciò non è vero in tutto, che se bene egli principalmente, et come sommo Philosopho fu intento alla parte speculativa, et nobilissima della anima nostra, non perciò mancò egli anchora di sapere le attioni humane, havendo al tempo del Re Filippo assai conversato [p. 002V] la corte, et col figliuolo suo Alessandro il Grande havendo dappoi tenuto vita familiarissima, per essergli stato precettore, et havuto in gran reverenza da lui; di tal maniera ch’e’ si può credere anchora, che ei trattasse con seco di molte cose appartenenti allo stato. Et certamente che chi andrà leggendo questi suoi scritti, potrà fare agevolmente giuditio, ch’egli habbia trattato dei governi, non pur come saggio et come philosopho ma anchora come uno di quegli, che non habbia mai fatto altro che adoperarsi in simili mestieri; anzi ardirò io di dire in questo caso, che di tal natura sia questa sua consideratione, che fuor di lei, non si possa dirne da nessuno altro cosa, che molto vaglia, o che molto meriti d’esser pregiata, nella quale ha egli Illustrissimo Principe come quegli, che fu più prattico, che non fu il suo maestro Platone, (et sia ciò detto con riverenza di coloro, che Platone ammirano come divino) ha egli dico di lui me’ trattato simili materie. Imperoché Platone, che più universalmente l’andò considerando, trattò di loro in un modo, che è molto più bello ad essere udito, che e’ non è agevole ad esser veduto nel mondo, havendo formato una Republica con tanti ordini, et sì disusati da quegli che son messi in costume, che appena stimo io, che una sì fatta ritrovar se ne possa in quei luoghi, dei quali non s’ha notitia alcuna, ch’e’ si ritrovino, se non per una certa fama, ma non già che e’ si sien mai veduti. In somma Platone in tutti i suoi ordini [p. 003R] volse escogitare tanto l’esatto, et tanto ‘l perfetto, che nessuno di loro fu mai potuto mettersi in atto dalli huomini; come da quegli che, havendo congiunto gli affetti dentro al loro animo, non possono da loro in qualche parte non esser vinti. Che bene in vero fortunato, et felice si dee dir colui che si lascia da lor traportare non troppo più là che ‘l dovere, et che il più che si può s’accosta al centro del Cerchio, il quale è alla virtù assomigliato. Ma Aristotile il gran philosopho, che ciò benissimo vidde et che conobbe gli huomini non poter vivere di vita più che da huomo, però nello assettare i governi doppo l’esatte considerationi da lui fatte degli perfetti, et che più tosto in nome, che in fatto si van ritrovando, si volta a considerare i men buoni et quegli, ch’ei mette per i transgressi, et per i peccanti, ai quali, (sì come a quegli, che sono in fatto) cerca ei di porgere aiuto, et d’andargli migliorando, si sforza sì come potrà vedere chiaramente chiunche leggerà questi scritti, nei quali Illustrissimo Principe oltre a molte cose, che gli huomini dei tempi nostri intendono a rovescio, si potrà egli anchora far lor manifesto uno errore, il quale è in molti invechiato, et tale è che e’ si stimano la libertà non potere essere se non dove i Popoli hanno in mano il governo; che all’incontro si può manifestamente vedere lei non solamente coi più, ma molto meglio coi meno, che sien buoni et ottimamente con un solo stare appoggiata, anzi finalmente ottimo governo [p. 003V] et liberissimo sopra di tutti gli altri esser quello, che sia governato da un Principe buono et che governi per fin di ben publico. Il qual modo di governo havendo preso la Patria nostra mediante la persona vostra Illustrissima, la quale è stata eletta spontaneamente dai Cittadini a questo sommo et eccelso grado; non si può negar però, che Dio Ottimo non l’habbia fatto gran dimostration di favore, per haverla messa sotto il governo medesimo, col quale egli governa et amministra questo universo, et per haverla collocata sotto a quel Principe, il quale per confessione anchora degli stessi nimici (se ei n’havesse) sarebbe tenuto per ottimo, et per degno del Principato. Imperoché se e’ si conviene di mettere sopra gli altri huomini quel solo, che per virtù heroica, et per l’altre qualità eccellenti sopravanzi gli altri di lunga, certo che a vοi, et alla vostra Illustrissima stirpe si conviene et meritamente il governo di questa Provincia; perché lasciate ire le virtù più che humane, et le nobiltà di quei primi vostri, i quali senza nome Regale furono in fatto Regi, et sopra gli altri della Patria nostra; et non annoverate anchora le grandezze, et le Eccellenze, che nella vostra famiglia son conseguitate dei duchi, dei pontefici et d’una regina. Ma solamente riducendo a memoria la propinqua virtù del vostro fortissimo et illustrissimo Padre il Signor Giovanni, il quale solo in molti secoli trapassati dimostrò, quanto un huomo valesse sopra molti altri, et [p. 004R] quanto la virtù d’un solo potesse illustrare una intera provincia, imperoché egli non di stato antico appoggiato, né più delli altri per vie estraordinarie aiutato, con la istessa virtù sua ridusse la Militia d’Italia di tal maniera alle antiche usanze et celebrate per ogni bocca che ei fe’ palese, et non già con molti, che l’Italia nostra al pari, et molte più delle oltramontane provincie produceva huomini forti et degni di tener l’imperio del mondo. Siami di ciò testimonio quello istesso che anchora hoggi si vede doppo molti et molti anni corsi da che egli per la salute d’ Italia combattendo finì gloriosamente la vita che tutti, cioè li segni di fortezza, che dapoi son seguiti, et che anchora son rimasti in pochi dei nostri, dependono dalla sua educatione et dagli ordini dati da lui, onde che voi, Illustrissimo Principe, che da lui siete disceso, et che per molti et molti gradi raccogliete in voi stesso tanta virtù, tanta nobiltà et tanta grandezza di antecessori con gran ragione siete degno di comandare a noi altri che viviamo in questa provincia della Toschana, la quale havendo, se non tutte, almeno la più parte delle qualità che si convengono a una provincia nobile: generosa et bella per essere antica et per haver dominato a gran parte d’Italia, per produrre huomini coraggiosi et di molto ingegno, per haver l’aria temperata, l’acque sane, il Paese commodo et fruttifero, le fiumare gentili et le marine propinque, et finalmente tutte quelle commodità, che s’aspettano a una degna provincia. Dico di più a lei non mancare quel Principe, [p. 004V] che siete voi Illustrissimo Cosimo, che sopra ogn’altra dote datale da Dio et dalle sue elettioni, potete farla felice. Imperoché in voi stesso essendo somma Prudenza, virtù principalissima et convenientissima ai regi, conseguita però di necessità che nel vostro animo tutte quante l’altre concorrino; onde potete voi con gran facilità doppo molti et molti danni, che ha sopportato la Patria nostra, prevedere l’utilità sua, et prevedendola farle quella conseguitare et allontanarla da ogni perdita. Et potete distribuire a ragione tutta la giustitia di tal maniera che ciascuno della Patria nostra habbia quello che ei merita, et quello che non se li appartiene, non possegha, nel qual modo verrà ella insieme con li suoi cittadini a godersi con voi la virtù et la buona vostra fortuna, et sarà lontana dal rattristarci d’ogni vitio et d’ogni miseria, che per l’ingiustitia conseguitar le potesse. Onde veramente di voi ben potrà dirsi che se bene gli Antichi vostri, o altri buon cittadini, l’habbin mai per i tempi corsi giovato, ch’essi ben l’aiutar giovane et forte, et voi in vechiezza la toglieste a morte. Et lei di tal maniera ben la toglieste, che ella a guisa di serpente che habbia gittato lo scoglio, o di Fenice che doppo molti secoli ritorni in vita con un altro principio et con miglior forma di vivere sia per pigliare augumento felice et voi per riempiere di celebratissima fama. Di Firenze alli VII d’ottobre MDXLVIII.

Di Vostra Eccellenza Illustrissima
Servitor Bernardo Segni.