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De paralleli militari di Francesco Patrizi. Parte II. Della militia riformata. Nella quale s'aprono, i modi, e l'ordinanze varie degli antichi. Accomodate a nostri fuochi e di varie figure militari adorna
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ALL’ECCELLENTISSIMO ET ILLUSTRISSIMO SIGNOR GIACOMO BONCOMPAGNI, DUCA DI SORA, E D’ ARCE, SIGNOR D’ ARPINO E MARCHESE DI VIGNOLA. FRANCESCO PATRIZI.

NON è tra gli huomini mestiere nessuno, Eccellentissimo Signor Duca, il quale non saputo, più rovina e saputo, più salute apporti, che quello della guerra. Peroché, se e’ non si sa, a perdita de’ beni, della libertà, della vita e dell’honore tutti ci conduce. E per contrario, s’egli è bene inteso, non solo le suddette cose ci conserva, e d’ogni timore di perderle ci libera, ma anche di tutti i beni de’ nemici nostri ci può impadronire. Il che tutto è per se stesso così chiaro, che bisogno d’altre pruove non ha, poi che le sperienze tutte, in tutte le nazioni che da’ tempi di Nembrote a noi si sono continuamente fatte vedere e vedere si fanno tuttavia. Percioché ne’ prossimi passati anni dalla discesa in Italia di Carlo VIII Re di Francia, ne’ seguenti non più di LX. ci hanno con nostri molti guai fatto sentire il rivolto sozzopra di tutta essa, sì fattamente che non è in lei stata, né casa né villa, né castello, né fortezza, né città (fuor che Vinegia, Ferrara e Mantova), né provincia, né stato veruno, che più volte non habbia mutato e rimutato signoria, con tante miserie e tante morti de’ poveri popoli, e con tanti estermini de' prencipi e prencipati loro, che passano il numero di XXII. Il quale sì strano avvenimento in sì piccolo paese e in sì poco tempo, non credo io che ad altra provincia del mondo avvenisse giamai. E di ciò cagione altra non fu se non perché gli Italiani meno seppono di guerra di coloro che d’oltra monti a battere gli vennero in casa loro. E forse che furono, come ne’ secoli passati inondazioni di infiniti barbari per volta, di generationi innumerabili? [p. 001V] Certamente no, ma gente molto poca, nostra più vicina, tante fiate nel proprio nido suo battuta et abbattuta da nostri antichi. l quali tanto seppero di buon’arte militare, che per migliaia e centinaia d’anni si difesono dalle due di queste stesse le più fiere Galli e Germani, che né anche entrare le lasciarono dentro a’ confini. E se pure i primi talor v’entrarono e i secondi una sola fiata il tentarono, ne pagarono bene tosto gli uni e gli altri amaramente il fio. E l’altre non hebbono ardimento mai pur d’appressarlesi. E noi la nostra mercè, senza pur pensare o tentare di opporci loro, le habbiamo lasciato entrare, a diece, ad otto, a sei, a quattro et a due mila per volta, e delle volte più di cento. Le storie de' nostri stessi ne sono piene. E per quanto io vedere possa, niuno fin’ora ha scorto pur da lunge la ragione di tanti mali, non dico niuno de' privati a’ quali poco tocca di tante disavventure, ma niuno pure de’ Signori che stato hanno tra noi, niuna fantasia v’ha posto e niun pensiero. E ciò perchè eglino in certe loro credenze quasi in mortifero letargo si sono addormentati che risvegliarsene da sé non possono, e medico fin’ora a destargli non è comparito. O se pure comparito v’è, ha trovato chi gli si è fatto incontro e dettogli, ‘Lasciategli dormire, perché questo sonno è lor salute e vita’. E alla perfine, s’è trovato essere stata rovina loro e morte. Due mali patiscono i corpi humani: l’uno che si sente e se ne lagnano, e l’altro peggiore assai, che non si sente, e par loro di ben stare. Due corrispondenti infermità ha l’animo, di ignoranza. L’una che huom se la conosce e pone studio di uscirne. E l’altra, credendosi di saper tutto, nulla sa e nulla cerca di sapere. E mentre in questo sta, né anche può la cura procurarne, stimando di non ne haver bisogno. A questo sì gran male, che a certa morte ci conduce, nullo rimedio altro v’ha che o la ragione efficace conceduta dallo infermo, e circondotta a conchiusione contraria alla sua opinione primiera; o le evidenti esperienze che mostrino le riuscite de’ fatti, molto, o diverse, o contrarie alla credenza loro. In questo secondo malore sono stati e tuttora stanno i nostri capitani maggiori e minori, e soldati ancora. I quali per fermo tenere di sapere di guerra tanto che più di loro saperne non si possa, l’hanno anche a Prencipi e a Republiche e ad huomini di stato fatto credere. Ma quando poi alla pruova de’ fatti s’è venuto, non che di tener lontano o di discacciare dal proprio nido gli assaltatori [p. 002R] hanno o saputo o potuto. Ma perduta ogni scherma, ed in quel punto scordatasi la vecchia persuasione, hanno a tutto lor potere fugito il venire a fatti d’arme. O se pure nel suddetto tempo, a XVIII. giornate si sono condotti non più di CCXX. errori mortalissimi v’hanno commessi. E poi per salvare sé e gli errori, come tesori preciosi, si sono rifuggiti e nascosti nelle fortezze. E quindi hanno mandato fuora mentite e disfide, e cartelli per convertire ogni misfatto in ciancie. Delle fortezze poi tante n’hanno fatto a’ prencipi fabricare, in sì picciolo paese quanta è l'Italia, che il resto del mondo tutto non n’ha altrettante. E queste stesse non hanno né saputo, né potuto, né talora anche voluto mantenere. E si è veduta non ne essere stata nessuna la quale perduta non si sia e bene spesso la stessa più volte presa, ripresa non sia stata. Ed hanno le perdute passato il numero di XC. Le quali tutte cose verissime essendo, permettere non si dee da chi può et a cui tocca, che per l’innanzi avvengano all’Italia disaventure somiglianti. E se i Prencipi e le Republiche che al presente la signoreggiano porranno in guardarla altrettanto del lor talento, quanta parte ne porrò io del mio, ne’ rimedi acconci a farlo, certamente che né tra loro si guerregierano, né cercherrano di spogliarsi l’un l’altro de le Signorie che ciascuno v’ha di presente. Ma ne anche si lascieranno entrare chi gli habbia come poco anzi a sottommettere. E molto meno coloro che v’aspirano, e più voglia n’hanno, Eretici e Turchi che ci sono in su le porte. Anzi anderanno a trovargli in lor paese et alla fede catolica gli ridurranno, o di Signoria gli torranno, con gloria grandissima del nome italiano, fatto emolo dell’antico, già padrone quasi del mondo. Di tanti e di sì gran beni grandissima cagione si doverà conoscere essere venuta da Vostra Eccellenza. Perché se bene nell’altezza ch’ella fu, a’ tempi di Gregorio XIII. santissima memoria, ell’hebbe grandissima parte in tutte le gloriosissime azzioni sue e grande gloria le ne sia venuta, e sia stata dichiarata con nobilissimo testimonio del grandissimo e savissimo Re Catolico Filippo, facendola del Consiglio suo se greto e Generale della sua gente d’arme nello stato di Milano, non però minore gloria le hanno recata molti nobilissimi scrittori di quel tempo, i quali veggendo tutti i pensieri di Vostra Eccellenza volti al beneficio commune d’Italia, e del Christianesimo [p. 002V] e con singolarissima magnanimità madre e colmo di tutte l’altre virtù sue, non mirare ad altro che a salute ed a gloria immortale, gliele hanno co’ loro scritti al tempio della immortalità consegrato. Imperoché standosi il mondo quasi al buio della forma del governo della Republica Romana cotanto gloriosa che per gli scritti di molti antichi sparso andava e male inteso, ed altresì ignoto essendo come quello stato in miseria si mutasse, e lo imperio e la sua gloria cadesse, Carlo Sigoni, posto ch’ebbe il tutto in chiaro appresentò a Vostra Eccellenza tre gran volumi di ciò trattanti. Ed ella per beneficio universale ordinò che fossero posti in luce e con nobile liberalità guiderdenò l’autore in gran maniera. E perché a lei nata ed allevata tra le lettere, non parve bastare la nuda istoria di que’ fatti mescolati di somme virtù e di sommi vizi, e di alte avventure e di infortuni gravissimi, ella hebbe in desiderio che per alcuno si dicesse della scienza de’ costumi buoni e rei, per la quale gli huomini, nelle loro operationi, potessero o bene vivere e a felice fine condurre la vita loro. Si trovò Antonio Scaino, filosofo nobile, che havendo ciò posto per iscritto, volle dedicandolo al nome di Vostra Eccellenza che il mondo le ne fosse molto tenuto. Hebbe ella anche in disio come con nobile eloquenza nella nostra lingua si potessero tutte le materie e favellare e scrivere. E trovossi il Cavaliere Lionardo Salviati servitore suo che le fece dono di quanto di bello e di buono egli havea raccolto, non pure da gloriosi tre scrittori Fiorentini, Dante, e Petrarca, e Boccaccio, ma di altri molti dal mondo fino allora non conosciuti pur di nome, ma di pari nobilità con quelli. Ed ella volle che per lo bene commune, fosse ciò parimenti publicato. In guisa che e d’istorie nobilissime et desideratissime per la grandezza dell’animo suo il mondo ha fatto grande acquisto, ma eziandio dalla medesima ci è venuto il sapere, e bene vivere, e bene favellare. E la medesima sua magnanimità ci procurò anche il modo come potessimo, oltre a’ suddetti, vivere e favellare, e imparare di vivere in pace fra noi, e di ripararci da nemici stranieri che a sturbare venisseno la nostra quiete. All’uno sodisfece per suo comando Fabio Albergati famigliare suo, e all’altro Andrea Palladio. Percioché veggendo ella che da alquanti secoli in qua con nuove maniere agli antichi del tutto ignote di punti di onor, si guastava la tranquillità [p. 003R] della vita commune, comando a Fabio, che dovesse discorrere del modo di comporre le paci tra privati, con fondamenti morali e civili. Il che egli con somma eccellenza fece in guisa che in materia come si dice di duello può a gran ragione havere posto a sedere tutti gli altri che n’hanno scritto. Ed il Palladio, illustrando i fatti di Cesare con le regole di Eliano, nobile scrittore de gli antichi ordini militari, consegna alla gloria di Vostra Eccellenza le sue fatiche, parendogli che prencipe di alto affare, e preposto a nobilissime armate di santa Chiesa e del Re Catolico potesse ordinarla in guisa che fosse atta non puree a difendere l’Italia, ma eziandio gran parte del Christianesimo da gli insulti de gli eretici e degli infedeli. Così con i studi di huomini grandi si venne, tra antico e moderno, a fare una corona intorno alla gloria e alla magnanimità, e all’altre virtù di Vostra Eccellenza. E finalmente udendo ella dal suddetto Albergati, e da Giuseppe Capocaccia servitore suo, che io havevo per gli anni adietro distesi alcuni paragoni delle milizie antiche e delle moderne, e additato i vantaggi dell’una sopra l’altra, e insieme i disvantaggi, parendole che ciò potesse essere di non picciolo giovamento agli Italiani altri huomini di querra, per salvezza del Christianesimo, mi esortò a volerle porre alla luce. Ed io l’ho obedita, per le quali tante opere di liberalità e d’altra grandezza d’animo, avverrà che ad ottima ragione immortale obligo habbiano a Vostra Eccellenza tutti i Prencipi e le Republiche che nome portano di pie e di catoliche, perché vederanno per le cose da me in questi paragoni divisate di potere conservare gli stati loro e di potergli anche far maggiori degli stati de’ nemici di santa fede. Pari obligazione gliene haveranno i capitani che per questi scritti intenderanno essere stati ammoniti da un antico grande, che ne maneggi di guerra e fatti d’armi, 'Ratio te ducat, non fortuna'. Non minore, anzi maggiore, gliene doveran portare tutti i privati soldati che non più per l’avvenire, come per lo adietro, saranno condotti come pecore al macello. Sommo gliene terranno i Senatori e gli huomini di stato, che più non consiglieranno a caso né più a caso si reggerà o menerà una guerra, come per più di mille anni s’è in Italia fatto. Grandissimo gliene haverà ogni studioso di belle e buone lettere, trovando ne’ presenti libri, luoghi de’ più nobili vecchi scrittori dichiarati a milizia e a reggimento [p. 003V] di Stato pertinenti. Sopra tutti obligo senza fine gliene terranno i filosofi. I quali per vili e da nulla che al presente sono stimati, per me in iscritto e per lei in opera si vederanno ritornati nell'antica gloria loro ne’ fatti della querra. E lasciate le tante inutili dispute e le tante sottigliezze di parole e di argomenti nelle quali si scavezzano, vorranno somigliarsi a buoni vecchi loro, più amici di opere che di cianciumi, i quali e le buone milizie formarono, e vittoriose le condussero, e a’ maggiori capitani le insegnarono, e filosofi gli fecero militari. E si saprà che vero disse Eunapio, ‘Alessandro il Magno, non fora stato magno, se magno non fosse stato Senofonte’. Di cotanti beni, adunque, e di cotanta gloria di Italia, cagione sarà stata Vostra Eccellenza poiché per commandamento e liberativa sua questi miei scritti, che per me poteano restarsi in tenebre, alla luce del mondo sono recati.

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Références ouvrage

Francesco Patrizi, De paralleli militari di Francesco Patrizi. Parte II. Della militia riformata. Nella quale s'aprono i modi e l'ordinanze varie degli antichi. Accomodate a nostri fuochi e di varie figure militari adorna, Roma, Guglielmo Facciotti, 1595.

USTC n° 847060
EDIT16 n° 72480

Exemplaire reproduit : München, Bayerische StaatsBibliothek, 2 Geneal. 116#Beibd.2

Notices biographiques

Francesco Patrizi (auteur, dédicateur) DBI (2014)

Giacomo Boncompagni (dédicataire) DBI (1969)
Fils naturel de Ugo Boncompagni (Grégoire XIII), Duc de Sora, Marquis de Vignola

Autres personnalités citées

Gregoire XIII DBI (2002)

Philippe II

Leonardo Salviati DBI (2017)

Dante Alighieri Enciclopedia

Andrea Palladio DBI (2014)

Caïus Julius César

Fabio Albergati DBI (1960)

Giusppe Capocaccia

Alexandre le Grand

Élien

Giovanni Boccaccio

Francesco Petrarca

Eunapius