




























QUANTA, et quale attentione mi prometta un nuovo pensiero non mai da alcuno nella nostra lingua esplicato di dover prestarmi sento vostra mercè, che sarà grandissima, sì come quello, che tutto o in buona parte è dedicato alle signorie vostre. Nondimeno mi ha rimosso [p. 001V] da questa gloria, la quale ad ogni scrittore in ogni tempo si è mostrata aperta, non il mio desiderio, ma l’altezza del soggetto, et il conoscimento delle mie piccole forze a così alta impresa. Però non havendo nel tempo passato havuto ardire di ragiornarne, et avedendomi, se pur a ciò mi fossi mosso, non convenirsi parlarne se non ornatamente et bene, tutto il tempo della mia giovanezza ho speso in altri studi, però con alcuna contentezza dell’animo mio; percioché havendo io scritto della Copia delle parole nella nostra favella con alcuni capi che per aventura per lo adietro da niuno furono in così fatta maniera ricordati, ho veduto quanto et da [p. 002R] valorosi huomini, et donne parimenti siano istimate le cose mie. Et perciò sentendomi havere tanta autorità, quanto di honore da quelli ho ricevuto, et con tanta affettione esser lette, et ascoltate, quanto, lor mercè, qualunque altra; certo, poiché così è tutto quello, che col dire mio porrò ad effetto, il dimostrerò. Per la qual cosa a ragione mi posso rallegrare, che nell’animo mio sia caduto di narrare cosa non udita et tale, che ad ogni gentile persona presti materia di ragionare. Questa si è degli Ornamenti delle leggiadre Donne, non però tale, che racconti il vestemento ch’elle debbano portare, ma quali cose si richiedano ad uno corpo bello et come le bellezze acquistar si possano [p. 002V] in quanto si può con l’arte. So io bene, che a voler dire di ciò più agevole mi sarà trovarne il principio, che il fine, et per questo non tanto havrò bisogno della copia, quanto del saper porre termine nel dire, senza che egli mi pare udire alcuni, li quali riprendano questo mio nuovo aviso, dicendo che pur troppo vanno cercando le donne di far sé belle, et che non debbono, anzi non sta bene il desiderare più di quello che loro dalla natura è stato conceduto, aggiugnendo oltre a ciò, che al grado mio non si richiede l’attendere a così fatte cose. A questi avanti che all’intentione mia io discenda, mi piace di rispondere alcune parole et in [p. 003R] favore delle donne et di me similmente, in questa guisa incominciando. Gli ornamenti delle vaghe donne rilucono, o ne gli animi loro ornati di virtù, o nella bellezza del corpo. Le leggiadre maniere et i reali costumi si traggono dall’animo, di che mia intentione non è al presente di favellarne. Somma vaghezza porta a gli occhi nostri il corpo debitamente proportionato, et vie più, se le sue fattezze hanno quello, che a’ savi huomini sommamente diletta, sì come sono li capelli biondi, gli occhi negri, et somiglianti cose, le quali tutte sono dotti della natura, la quale, se alcuna volta et come il più aviene, ne crea gli spiriti rozzi, [p. 003V] i corpi sproportionati et al diritto sentimento spiacevoli, non gli dobbiamo noi emendare con l’arte imitatrice di lei? Piacciono gli ornati costumi, ammiransi le membra ben di sposte, et sono amate le bellezze naturali, ma quanto più dovrà piacere, ammirarsi et essere amati li costumi, i membri et le bellezze, che l’humana industria havrà acquistate? Poca cosa è alla commune madre darci prudenza, ma grandissima è a noi il porla in animo, che davanti non la habbia sentito. Veggonsi tali di piacevolissimo viso, ma peloso, tali con labri vermigli, ma i denti negri et il fiato puzzolente, li quali potendo non vi provederanno? Ma per gratia mi dica o huomo, o donna, [p. 004R] qual che si sia la loro età, se nella giovinezza loro habbiano desiderati di essere belli, et siano lor piacciute le bellezze? Et nella vecchiezza, se non altri almeno non sia lor caro di vedere i figliuoli belli. Anzi, se hanno pur un neo in luogo che lor paia non convenirsi, se procaccino di mandarlo via, o di coprilo? Certo niuno me’l negherà, ma molti soggiugneranno bene, che le donne il più non si veggono mai contente, cercando di continuo con nuovi empiastri, et altre lorde et biasimeuoli cose, di accrescere quella bellezza, che lor largamente è conceduta dalla natura, dove in contrario la diminuiscono. Al che così rispondo, che tutte le cose poco discretamente usate et senza [p. 004V] consiglio sono degne di riprensioni, ma che né il ferro, né il fuoco, né i cibi perché uccidano, ardano, et suffochino, non siano da usare, non con sentirò giamai, anzi questo cotanto voglio dire, che, benché una donna sia bella, non le si disdica lo accrescere della sua bellezza, conciosiaché niuna cosa sia al mondo perfetta. Oltre che un bellissimo cavallo, ma non domato, non è di gran pregio et una eccellente virtù in corpo lordo è sepelita in letame. La quale risposta voglio che anche sia per coloro, li quali dicono che noi dobbiamo conservarci nella maniera, che siamo stati creati, percioché tali si veggano tutti gli altri animali, tali le piante, et tali i metalli come se a [p. 005R] costoro poco paresse il conservarsi. Ma lasciamo homai questi, et veniam a coloro, li quali dicono che al la mia conditione non si richiede di seguire cotali cose. A cui rispondo che io affermo di non essere inventore delle cose che in questi libri si contengono, anzi di haverle tratte dalle scritture di medici greci, arabi, et latini. Ma pur supponiamo che io ne sia lo scrittore: dico che io non mi vergognerò mai, anzi in honore mi terrò di fare quello che Galeno oltre ad infiniti altri naturali philosophi stati avanti di lui, Avicenna, Paulo Egineta, Aetio, tutti famosi et antichi scrittori, hanno fatto nella lingua greca, araba, et latina co’ moderni che seguono le lor pedate, [p. 005V] li quali volendo toglier via, sarebbe necessario distruggere tutta la loro autorità et la medicina insieme. Appresso, quando altra lode non me ne dovesse seguire, di cotanto mi posso contentare, che io sia il primo che nella nostra favella habbia particolarmente ragionato di questa materia. Et molto più mi debbo gloriare di esser nato in una età la quale ha le più illustri donne per sangue et per virtù, che forse nel preterito siano state, le quali vivo io certissimo che volentieri leggeranno questi dolci affanni a lor cagione sostenuti. Et so che le benignità vostre di voglia il faranno, et ne gli havranno cari, la onde alle Signorie Vostre li presento, pregandole che gli [p. 006R] ricevano volentieri, percioché, anchora che io conosca quelli non essere scritti in quella guisa che meriterebbeno gli animi suoi elevate, tuttavia havendo riguardo alla qualità del soggetto degno di esser veduto sotto il nome di quelle, sì come già Critone gran philosopho il reputò conveniente di Cleopatra reina dello Egitto, il riceveranno. Adunque elle la prenderanno che io lor la porgo, percioché, se lor sarà di piacere, a me sarà grandissima gratia, considerando che, benché avenga che a migliore scrittore sia agevole il trappassarmi, non però di desiderio ardentissimo di servirle so che non m’avanzerà. Ma ben le Signorie vostre, dove mancheranno [p. 006V] le mie forze, là suppliranno con l’eterna fama delle sue virtù, le quali accresceranno, anzi perpetueranno la gloria a miei scritti, alli quali esplicare io vengo.
Giovanni Marinelli, Gli ornamenti delle donne, Venezia, Valgrisi, 1574.
Exemplaire reproduit : München, Bayerische Staatsbibliothek, A.gr.b. 1557#Beibd.2
Giovanni Marinelli
(auteur, dédicateur)
DBI (2008)