
































Havendomi il mio marito presentato questi giorni passati li presenti discorsi sopra la Metheora di Aristotele i quali fece con il gentilissimo Michiel Monaldi, non mai a pieno lodato per la saviezza d'animo, e per li suoi gentilissimi costumi, io sempre ho l’animo mio rivolto in V. S. alla quale per molte sue virtù, che'l suo nobilissimo animo et bellissimo corpo adornano, e per altre infinete e rare sue qualità gli sono già più tempo divenuta affettionatissima, deliberai per mostrarne qualche [p. 001V] segno di questa mia interna e continua affettione, non a le, essendo ella chiara, ma al mondo, di farle presente di questi discorsi che dal mio marito sono stati presentati, i quali prendono grandissimo ardire di comparir tra gli huomini sotto la scorta dell' honorato suo nome, essendo cosa chiara che la sua bellezza, la quale maravigliosa è a chiunque la vede, rappresenti quella bellezza dell'animo suo la quale via più maggiore in una donna bella desiderar non si puote ; la qual bellezza di corpo e perfettion d’animo innanzi che da gli huomini si potesse conoscere, mentre fu sotto i primi giorni del suo nascimento quasi tutta soggetta alla deformità e confusione della prima materia, il suo chiaro nome è stato buonissimo testimonio quasi fatale, che fia rinchiuso un lume et splendore delle virtù divine sotto il suo leggiadretto manto, le quali poi nell’accrescimento suo manifestamente si sono vedute et di continuo si veggono insieme con la bellezza del corpo (vera imagine et testimonio della bellezza dell animo nostro) maravigliosamente con l’ampiezza del loro splendore risplendere; là onde io tengo ferma opinione, anzi speranza che il nome suo così degno et riguardevole debba esser una sicurissima difesa contro i fieri colpi degli invidiosi che sono nella città nostra e di coloro i quali per lor propria e natural [p. 002R] malignità sono sempre pronti a morder e lacerar l’altrui cose, da i quai morsi ella più che nessun’altra donna è stata tocca nella mia patria; di che ne sono state cagione le sue rare qualità, anzi mai prima viste in altra donna del secol nostro, la quale con la bellezza del corpo e virtù d’animo ha accresciuto la pena a i maligni, sì come sempre sogliono le cose più eccellenti esser accrescimento di pena a quelli che colmi di malignità et invidia rifuggendo che la lor mal saldata piaga non sia inacerbita dal dolore, miseri sfogano con parole scempie la molestia della lor trista passione; ma solo mi doglio che voi non potendo sofferire che a questi tali lo splendore delle Vostre virtù abbagli gli occhi deboli loro et il dolce aspetto vostro non gli sia più amaro, vi disporrete col lume vostro illuminar gli altrui occhi più sani e più saldi, e rischiarar malgrado nostro l’ombrose e piacevol selve d’Italia e farli sentire i soavi e dolci accenti delle vostre parole et indolcir con l’aspetto vostro quelli che dalla malignità del fiele amaro non sono soprapersi, lasciando (ahi fato crudele, ahi Ciel crudo e superbo) quelli nostri occhi privi del suo Sole e questi luoghi nostri oscuri e foschi risonare de gli horrendi suoni di Lupi, Orsi e Tigri, il qual suo dipartire quando io tal'hora vo pensando, sento cagionarmi una certa tristezza di mente incurabile [p. 002V] con una compassione grandissima di me stessa, tal che io maledico l'hora et il punto nel quale mai la vidi et conobbi le sue virtù al mondo rarissime: poscia che nel principio mi furno liete e gioconde e nel fine potriano essermi con l’absenza sua triste et amare. Hora, poi che così potria volere il mio crudel destino e quella fetida e maligna Arpia più ingorda di Satanasso e più infame di Cacco, più perfido di un ebreo, gran nemico della nostra nobiltà, ma si ben per timor occulto, a cui sol di lode tra le sue virtù heroiche, gli si può dare esser degno ceppo della sua bella prole, al quale più piace la bilancia che la statiera ; prego Iddio doppo che in questo mondo riveder più non si speriamo, ci congiunga almeno ove si calcano i falsi pensieri degli empij, tristi e maligni et il vero si gode con più chiari spiriti, non con le genti strane, inique et inessorabili ; ove più non si sentono i morsi de i velenosi serpi, nè più si odono le terribili voci dell horende fiere ma di dolcezza e soavità si pasce il cuore et l’anima, udendosi i soavi suoni di nuovi et inusitati accenti. Ma per tornar ove mi lasciai, a lei indirizzo questa fatica del mio marito,acciò ch'ella sia saldo scudo contra quelli che sono pronti per loro natural malignità morder e lacerare le più belle et virtuose cose, essendo lei fra le bellissime virtuosissima, [p. 003R] et fra le virtuosissime bellissima ; et avenga che molti potriano maravigliarsi della cagione che mi mosse di far uscire questi presenti discorsi sotto la protettione o difesa del sesso femminile, credendosi eglino forse che sì come noi per natura non siamo habili all'esercitio dell’armi, così ancora naturalmente siamo prive della capacità delle scienze e cognitione delle cose, et che allontanate siamo dai costumi delle virtù morali, la qual opinione ne gli huomini credo non sia proceduta d’altronde se non vinti dagli affetti loro, i quaIi spesso sanno giudicare nei propri particolari molto diversamente da quel vero ch'esso giudicano et affermano, che noi al lor rispetto siamo d'un imperfettissimo sesso e perciò mostrano molte auttorità de scrittori troppo lontane dalla verità et troppo partiali a loro stessi, ma quando volessero deporre da parte l’interesse proprio, e giudicar con ragione, trovariano che il nostro sesso è perfetto, et perfetto ancor quello de gli huommi nella lor specie, tanto che non si può dir assolutamente ch’uno sia più degno dell'altro benché quando ciò si potesse dire, crederei che le donne dovessero hauere qualche più segnalata lode per chiuder la bocca a i detrattori loro et aprirgli occhi della ragione, perché è chiaro inditio la beltà del corpo di quella beltà dell'animo; Platone nel suo Fedro lo mostra chiaramente : il che ancora [p. 003V] facilmente si persuade con ragione perché nella ben disposta materia, la forma fa meglio le sue operationi : la bellezza del corpo (il quale è vera materia dell'anima nostra) essendo un effetto della proportione degli humori et della loro regolata virtù formatrice, si può sicuramente dire che l’anima in un corpo così ben disposto sia più virtuosa nelle sue operationi ; onde chiaramente si conosce che la beltà del corpo sia segno di quella dell’animo ; e non è dubbio che la bellezza del corpo è maggiore nel sesso nostro che in quello de gli huomini. Dunque sarà maggior ancor quella dell animo loro et quantunque ghi huomini questo volessero negare che la bellezza nostra sopravanzasse quella del corpo loro, l’occhio istesso afferma e mostra il contrario sendo noi price di quei peli che fanno loro parer selvaggi e dipinti dalla natura d’un colore bianco et rosso. Oltre di ciò, se le donne per lo più sono da gli huomini amate, non saranno elle più degli huomini perfette ? La nobiltà della causa finale via più nobile dell'altre cause ci si mostra chiaramente. Il nome ancor della donna, il quale non significa altro che una signora e non di se stessa perché sarebbe signora di nulla et l’huomo in questo modo meglio si potrebbe dir signore che la donna, nè meno si può dir signora delle cose del mondo, perché non meno è l’huomo che la donna superiore a [p. 004R] quelle, dunque domandandosì la donna signora bisogna ciò intendere rispetto all’huomo il qual nome non senza cagione dagli Italiani è stato imposto come dagli intelletti svegliati et eccellenti et come da i giuditiosi impositori. Di più è cosa chiara che il sesso nostro sia più disposto della mente a ricever le forme intelligibili che non sono gli huomini, per esser la compassione delle donne più molle il che il senso istesso lo manifesta, essendo di temperamento humido; onde disse Aristotele che quelli i quali sono di carne molle sono più atti di mente perciò che l'anima operosa secondo l’instrumento di corpo, la complessione del quale quando è molle, cioè humida e calda o humida e fredda, è più atta a ricevere che non saria quando fossi di complessione secca calda o secca e fredda, come quella de gli huomini. Da questa dispositione dunque si conchiude che le donne sono più perfette de gli huomini et la verità di questa opinione.molti essempii delle antiche donne ci affermano che sono state savie, così in Roma come in Grecia, si legge che Aristippo, il qual era discepolo di Socrate et uno de’ più eccellenti Filosofi d'Athene, costui hebbe una figliuola chiamata Arethea la qual fu tanto dotta nelle lettere Greche et Latine, ch'era fama in tutta la Grecia esser passata l'anima di Socrate in quella et la causa di questo era perché leggeva et dischiarava la dottrina di Socrate nel modo che [p. 004V] pareva più tosto haverla essa scritta che imparata ; questa donna lesse publicamente la Filosofia naturale et morale nelle Accademie di Athene trentacinque anni, scrisse quaranta libri, tra i quali specialmente uno delle laudi di Socrate, l’altro del modo di nutrire i fanciulli, uno delle battaglie d Athene, uno della Republica di Socrate, uno della infelicità delle donne, l’altro dell’agricoltura degli antichi, uno della providenza delle formiche, l’altro dell’artifìcio delle api, l’uno della vanità de gioveni, l’altro della calamità de' vecchi ; con molti altri libri, i quali racconta il Boccaccio nel secondo libro delle laudi delle donne. Costei hebbe cento filosofi per discepoli et morì d’età di settantasette anni. È' scritto ancora che quel gran Filosofo Pithagora hebbe una sorella non dotta ma dottissima e dicono che Pithagora più imparò da lei che lei da lui, havendo questo suo fratello havtuto per discepolo, come si mostra in un’epistola che da Rodi scrisse a questa sua sorella la quale leggeva la Filosofia in Samotracia : « Pithagora discepolo e fratello desidera la salute a te Theoclea mia sorella, ho letto il libro della Fortuna et infortunio che mi hai mandato ecc. » Che maestro a questa donna si può dare, havendo ella havuto Pithagora per descepolo, non crederò che altra donna pi savia al mondo sia stata mai di costei. Plutarco scrive che Pithagora hebbe non solo la [p. 005R] sorella Theoclea, dalla quale esso imparò tanta Filosofia, ma ancor hebbe una figliuola la quale soparavanzò nel sapere la zia et s’agguagliò al padre et che in Athene più si dilettavano sentir essa parlare nella sua casa che sentir Pithagora legger in Academia, il che io non potrei credere se questo auttor grave non lo dicesse. E’ scritto ancora della moglie di Evandro, che fu dottissima la quale si chiamava Carmenta e questo per la grande eloquenza, c’hebbe nel verso, detto in Latino Carmen, nel quale hebbe tanta facilità quanta gli altri hanno nella prosa. Narrano ancor l’historie che in Grecia erano due donne dottissime che si chiamavano Lasterma e Axiotea et tra discepoli di Platone molto nominate, l’una delle quali era di tanta profonda memoria et l'altra di sì alto intelletto che molte volte essendo Platone in catedra, non voleva cominciar a leggere per non esservi presente Lasterma et Axiotea, profonda memoria et sottil intelletto. Strabone narra in quel libro de Situ Orbis che appresso i lidi era una Regina detta Mirthis, qual era sì picciola di corpo che pareva una nana, ma nell’animo e nel sapere tanto alta cher la chiamavano gigantessa, perciò che un huomo, ch'è picciolo di corpo et grande d'animo giustamente lo chiamano gigante. Questa Regina per esser sopra tutto stata molto dotta nella Filosofia, i Lidi la posero nel computo de i [p. 005V] sette Re quali tra loro erano stati molto gloriosi. Si legge della sorella del Poeta Cornificio che si chiamava anch’ella Cornificia la quale nelle lettere Greche et Latine non solamente è stata dotta, ma nel comporre versi et epigrammi fu dottissima ; e dicono ch'ella componeva più e più eccellenti versi et epigrammi alla sprovista che il suo fratello non faceva con l'haverci pensato et di questo non è dubbio perché maggior prestezza ha una penna d'un giudicio vivace che non ha la lingua d’un intelletto debole. Narra il Boccaccio nel libro delle laudi delle donne che Sila quel gran competitore del Consule Mario hebbe tre figliuole, una delle quali si chiamò Lelia Sabina et questa tra le altre sue sorelle era la manco bella, ma era tra tutte le Romane la più savia perché publicamente di greco in latino dentro di Roma leggeva in una catedra et che haveva non solamente grande gratia nel leggere ma haveva grande eleganza nel scriver epistole et orationi. Dove lascio io Cornelia madre de Gracchi, la quale in Roma era molto conosciuta ma molto più honorata per le scienze che leggeva in Roma che per gli acquisti che facevano i suoi figliuoli in Africa, la quale una volta fu domandata da un Romano di che haveva maggior gloria, o di vedersi maestra di tanti discepoli o d'esser madre di tanti figliuoli; rispose Cornelia : « più m’apprezzo della [p. 006R] scienza che ho imparato che de i figliuoli che ho partoriti, perché i figliuoli mantengono l’honore in vita, i discepoli perpetuamente sostentano la fama doppo la morte ». Dicono che i libri che scrisse questa matrona, Cicerone non solamente li lesse ma grandemente si prevalse delle sue sentenze. Hor non vedete l’eccellenza del nostro sesso in queste donne antiche si greche come Romane, per le quali chiaramente ciascuno de nostri detrattori può vedere che noi siamo perfette nelle lettere speculative e quasi più che gli huomini, sì bene per lo più quelli ci avanzano nelle armi et negli altri negotij attivi, non però che questo sopravanzi la nostra perfezione perché questi essercitii mostrano più tosto la perfettion corporale che la fortezza dell'animo la qual fortezza non meno nel sesso nostro si può mostrare che in quello degli huomini. Non fu maravigliosa quella fortezza d'animo della vergine Romana chiamata Chloclia in presenza del Re Porsena quando la sua patria trovandosi in pericolo non solamente dall'assedio la liberò, ma ancora dalla paura quale i Romani havevano di tanto Re del cui valore maravigliatosi Porsena, cortesemente la licentiò e rimandò a Roma, levandosi dall'assedio. Non fu parimente maravigliosa la fortezza di Porcia figliuola di Catone et moglie di Bruto che uccise poi Giulio Cesare ? la quale per mostrar al marito la sua fortezza qual [p. 006V] mostrarebbe in caso che quando quel disegno del suo marito non riuscisse, si ferì con il coltello, per mostrargli come facilmente s’ammazzarebbe ogni volta che quel suo proposito dall’effetto scadesse. Fu degna di memoria ancora quella fortezza di Aretofila Cirenea la quale liberò la sua patria dal tiranno Nicocrate, facendolo morire insieme con la Calvia madre del Tiranno e tosto che vide la patria libera, si ritirò in un monasterio di monache. Narra Plutarco la stupenda fortezza di una donna che si chiamava Camma di Galatia la quale per vendicar la morte del suo marito ucciso da Signorige gentilhuomo di quella Città, per poterla poi chieder per moglie la qual era bellissima di corpo e di molte virtù ornata, avelenò se stessa per avelenar lui. Restano nella memoria perpetua le donne di Scithia, chiamate Amazone le quali tanto nell’armi valsero che accrebbero maravigliosamente l’imperio loro, signoreggiando con l’armi gran parte dell' Asia. Hor non vedete che la natura del nostro sesso ancor non ha mancato di farci disposte non che atte all’armi, come ci fece ancor alle lettere et che la fortezza d’animo si è mostrata in noi non meno che ne gli huomini ; e molto più noi siamo disposte a questi effetti che non sono gli huomini, se alla viva ragione creder vogliamo, perch è cosa chiara se questa dispositione procedesse dalla essenza dell'anima, noi essendo d’una medesima [p. 007R] specie con quella de gli huomini, saressimo disposte a tutti quelli effetti non meno che sono ancor atti gli huomini, ma perché la diversità di questa dispositione all’arme et alle lettere procede dalla diversità delle complessioni, noi havendo una complessione temperata, et in comparatione della nostra, quella degli huomini si può dir intemperata la nostra havendo maggior convenienza a tutte le cose che non ha la intemperata sì come il mezzo è più vicino alli due estremi che non è l’uno all'altro estremo; onde nasce che noi habbiamo maggior dispositione a quello che sono disposti principalmente gli huomini, che sono l’armi, che non hanno essi huomini a quello che noi principalmente siamo disposte che sono le Lettere et se vogliamo ceder in parte agli huomini ch'eglino sono più audaci e più animosi, non però segue che essi siano più perfetti, perché noi siamo più disposte alle cose più perfette che sono le discipline eccellenti dell'intelletto, che non sono gli huomini havendo noi il senso più perfetto e più temperato. Di questo dono di questa nostra eccellenza ci hanno mostrato il segno molti spiriti elevati delle donne, come già havete inteso, ma tra tutte l’altre a tempi miei la bellissima et gentilissima Madonna Margherita Menze, la quale largamente mostrò quanto sono le donne più facili all’imparare, e quanto hanno intelletto più acuto e più disposto alle discipline, che non hanno gli huomini, all' [p. 007V] anima della quale piaccia all’altissimo Dio dare ne l'altro mondo quella pace la quale in questo si può dire non haver havuta. A questa fine dunque e per queste cagioni ho voluto dirizzar a V. S. queste presenti giornate del mio marito, come a quella che solamente col suo nome acquietarà l’animo de i maligni et invidiosi essendo in lei tutte quelle più rare virtù che possano adornar una donna, che possano descriver la perfettione del sesso nostro. La V.S. mi farà dunque gratia d’accettarle insieme con l’animo mio prontissimo di servirla et leggendole, supplire con la bellezza del suo ingegno a quanto il mio marito haverà mancato, che ambidue gli restaremo obligati per infinite volte e quando conoscerò che queste sue fatiche gli siano state a grado cercarò in altro tempo e con altra occasione di servirla, et far al mondo conoscere meglio di quello che ho fatto fin hora l’osservanza mia, et gl’infiniti meriti di lei, alla quale bacio le mani desiderosissima della sua gratia. Di Raugia alli 15 di Luglio 1582.
Di V.S.
Affettionatissima et devotissima
Maria Gondola
Niccolo Vito di Gozze, Discorsi di M. Nicolo Vito di Gozze, gentil'huomo ragugeo, dell'Academia de gli Occulti, sopra le metheore d'Aristotele, ridotti in dialogo & divisi in quattro giornate, Venezia, Francesco Ziletti, 1584.
Exemplaire reproduit : Paris, Bibliothèque Nationale de France, R- 3042
Nicolò Vito di
Gozze (Vitov Nikola Gučetić)
(auteur)
VIAF n° 34763556
Notice Wikipedia
Fiore
Zuzzori (Zuzorić, Cvijeta)
(dédicataire)
VIAF n° 281500161
Notice Wikipedia
Maria Gondola (dédicateur) Épouse de l’auteur
Autres personnalités citéesFavaro, Maiko, « Nicolò Vito di Gozze, Fiore Zuzori e Maria Gondola. Un episodio della ‘questione femminile’ nella Dalmazia rinascimentale », in Il dialogo creativo. Studi per Lina Bolzoni, eds. Maria Pia Ellero, Matteo Residori, Massimiliano Rossi, Andrea Torre, Lucca, 2017, pp. 199-208.