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Istorie del suo tempo, Volume 2
[p. 002R]

PREFATIONE DI MONSIGNOR PAOLO GIOVIO DA COMO
Vescovo di Nocera ne’ libri del secondo volume dell’Historie del suo tempo,
Allo Signor Illustrissimo et Eccellentissimo COSMO de’ Medici Duca della Republica Fiorentina.

Pubblicando io il secondo volume delle mie historie, Magnanimo Signor COSMO, assai bene et molto honoratamente credo che sia per giovarmi l’auttorità del vostro divino nome, a cui son dedicate queste cose, col suo illustre patrocinio, contra coloro i quali forse piacevolmente, o pur con ingiuriose parole mi domanderanno et ricercheranno della cagione, perché con isciocco, o pure astuto pretesto io ho trappassato tutto lo spatio di quel lagrimosissimo tempo, il quale corse dalla morte di Leon Decimo infino al sacco di Roma. A’ quali con brevissime parole così mi pare che sia da rispondere, et di maniera ch’io non nego la colpa, ne perciò anchora ne domando perdono, et questo è, che io non ho tolto questa gravissima impresa di scriver l’historia per accommodarmi alla volontà d’altrui, ma sì bene con sincero et veramente liberal giudicio d’animo, et ciò affine di giovare a coloro ch’anchor vivono, et a quei che dopo noi verranno, porgendo lor diletto con l’amenissima varietà degli essempi: et perché io ho riputato anchora di dovermi acquistare qualche speranza d’eternità in questa vita, con questa sì grande e utilissima fatica, la quale eternità et desidero et spero che mi sia per venire, et mi confido anchora che mi debba arrecare singolare et honesto diletto, dove però senza alcun pericolo s’acquisti. Percioché veramente io m’ho pensato, che sia cosa di pazzo, et poco considerato ingegno, se con libera lingua parlando io non havessi [p. 002V] voluto tacer nulla di ciò che appartiene a dire il vero, et palesare tutte le sciagure di questo secolo, perché in ciò m avvedeva, che con invidiosa, et non però maligna riprensione si poteva grandemente offendere la dignità d’alcuni. Et veramente di mio costume non fu mai scrivere encomia o laudationi false per acquistarmi la gratia d’alcuno, né all’incontro essercitare lo stile della Satirica asprezza per farmi voler male, come sfacciatamente veggiamo haver fatto alcuni altri. Percioché cosa molto vituperosa, et goffa anchora è a huomo et philosopho, et vecchio, non haversi saputo reggere, come si conviene, et specialmente in negotio di tanta importanza. Havendo io dunque in questo imitato i medici eccellenti, le fistole incancherite et desperate, le quali maneggiandosi, et con forte medicina travagliandosi, sogliono fuor di modo arrabbiare, et con pestifera et ingorda maniera altrui recar morte, ho giudicato che sia bene lasciarle a benificio di natura, né per alcun modo gli ho voluto por mano. Per la qual cosa havendo io caro l’honore et la salute mia, ho pensato di non voler toccar punto la materia di questo crudel tempo, come abominevole et horribil fatica, poi che le piaghe da questa contraria fortuna ricevute, e i danni della nostra pazzia, par che siano non pur da esser tacciute a color che verranno, ma con tutte le forze anchora tenute ascose, quelle cioè, che fanno vergogna al nome Italiano, et che non si possono ricordare senza dolore, né scrivere senza copiosissime lagrime, né raccontare a posteri senza infamia et vituperio nostro. Ma quanto spetta all’impresa nostra, puossi di me far giudicio, ch’io habbia in gran parte sodisfatto al giusto desiderio degli studiosi dell’historia, percioche se i curiosi diligentemente leggeranno le vite de’ Capitani illustri, ch’io ho scritte, ritroveranno la testura di tutta l’historia di questo secolo infelice nelle vite di Leon X et d’Hadriano V, i sommi Pontefici, del Cardinal Pompeo Colonna, del Marchese di Pescara, del Gran Capitano Consalvo, et del Duca Alfonso da Este, talché quelle cose, le quali o io non ho scritte, o havendole scritte giudiciosamente ho tenute nascose, copiosamente si potranno rimettere et supplire, anchorché per continuare [p. 003R] l’ordine delle cose avvenute, tutte l’habbia racconte per ordine in un sommario ch’io ho fatto di ciascun libro. Et se pure piacerà al sommo Iddio, benché io sia tutto storpiato dalle gotte, et hoggimai assai ben vecchio, di prolungarmi alquanto lo spatio della vita, senza alcun dubbio con perpetua fatica mi sforzerò di fare sì, che tutto quello che manca nel sacco di Roma, o che poi da me con certo ostinato sdegno è stato tralasciato, non sarà lungo tempo desiderato dagli huomini da bene: et cio specialmente per piacere a Voi affettionatissimo a tutte le virtù, il quale con le vostre generose persuasioni m’havete mosso a comporre et publicare queste cose. State Sano. In Pisa a di primo di Maggio MDLII.