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Istorie del suo tempo, Volume 1
[p. 001R]

PREFATIONE DI MONSIGNOR PAOLO GIOVIO COMASCO VESCOVO DI NOCERA NE’ LIBRI DELLE HISTORIE DEL SUO TEMPO AL SIGNOR COSMO DE’ MEDICI PRINCIPE DELLA REPUBLICA FIORENTINA.

Grandi veramente et honoratissimi frutti degli ottimi studi loro, Magnanimo Signor Cosmo, coloro più che gli altri in questa vita sono stimati haver ricevuto, i quali postosi innanzi un santissimo fine hanno principalmente impiegato tutte le forze dell’ingegno a questa intentione, di potere con lodevol fatica giovare agli huomini buoni, et di sforzarsi anchora di lasciare memoria di loro con honorato testimonio di lettere a color che verranno. Dapoi che in questa vita, la quale dalla natura è stata assegnata alla generatione humana con incerti et stretti termini d’età breve, cosa nessuna non può esser più felice che l’haver disteso la fama del suo nome con memorie immortali d’animo invitto a certa speranza di sempiterna lode. Perché ritrovandomi io fin dalla mia giovanezza in questa openione, et dopo alcuni anni confermatovi ogn’hor più con nobil ragione, spingendomi il mio Genio, tolsi la cura di scrivere l’historia; mentre che l’animo con alquanto più certo guadagno che gloria s’affaticava in Roma insegnando et operando negli studi della philosophia et della medicina, mentre che io desideroso di lode et di fama a ciò grandemente era [p. 001V] infiammato dalle cose successe in guerra al nostro tempo: le quali dalla venuta di Carlo Ottavo re di Francia in Italia, per la diversità et grandezza di tante battaglie et casi, pareva che dessero materia abondantissima agl’ingegni. Percioché io sperava che questa mia fatica volontariamente presa con una certa liberalità d’ingegno, devesse essere molto più utile et di maggior diletto a coloro che verranno che se io m’havessi sforzato d’arricchire con nuovi commentary i precetti di quella arte. Havendo io dunque messo con ostinato studio tutte le forze del mio ingegno in questo nobil pensiero, l’impresa mi riusci con tanto favore del cielo, c’havendo io havuto ardire discriuere i fatti del secol nostro (la qual cosa fu sempre difficile agli huomini anchora che gravissimi et dottissimi) fornita finalmente l’opera non ho dubitato punto a volerla mettere in publico, et veramente con argomento grande di verità incorrotta; percioché molti di coloro, i quali hanno fatto queste cose in guerra e in pace, sono vivi anchora, et perciò quando io mentissi con pericolo grave dell’honor mio mi potrebbono tassare. Ma certo come io credo, si incontreranno ingegni partiali et d’oscura invidia macchiati, i quali con crudel dente morderanno le cose anchor che dirittamente et fedelmente scritte, dove essi troveranno alcuna cosa detta un poco diversamente da quello ch’essi havranno inteso piu rozamente, et con maggior licenza (et questo tocca a’ dilicati) talché ben può parere cosa troppo crudele et veramente misera a uno scrittore, in cambio del benificio d’una utilità grande, et d’un piacevole diporto, dove ne spera gratia, acquistarne ingiuria d’una invidia villana, et d’una malignità crudele. Ma io con animo civile sono per disprezzar queste cose, talché mi vengo a consolare col paragone di Marcellino, di Spartiano et di Pollione ; i quali contra la rabbia de’ Gothi, et l’ingiuria della vecchiezza, non havendo alcuno aiuto dell’arte della stampa, per lo quale hoggimai le lettere [p. 002R] chiaramente si mantengono in vita, sono vissuti infino adhora, et come io credo anchora lungo tempo viveranno. Percioché sì grande honore ha l’historia, che posto ch’ella sia goffamente scritta, diletta però grandemente i galanti huomini. Ne io son però si sfacciato, che con presontuosa emulatione io ardisca d’aspirare all’honore di Cesare, di Sallustio, et di Livio. Ma io non m’aguaglio già, né vorrei essere aguagliato agli scrittori di questo secolo, conciosia cosa che molti di loro non hanno arrecato allo scrivere, come ho fatto io, tanta cognitione di luoghi, di cose, et d’huomini, né più ricco thesoro di viva memoria, il quale io confesso d’havere havuto dal cielo, et diligentemente poi haverlo accresciuto con figurati artificij di luoghi; et molto meno hanno pratticato in quella luce del ricetto di tutto ‘l mondo, et della corte di Roma, là dove io per trentasette anni continui ho imparato di molte e utili cose, per non ragionare hora dell’aiuto dell’ ottime discipline; delle quali chiaramente mi ritrovo fornito. Et havendomi ancho acquistato la famigliarità et l’amicitia di grandissimi re et papi, et di capitani famosi in guerra, di bocca loro ho tratto queste cose, le quali senza esser tirato in nessuna parte d’amore o da odio, fedelmente ho scritto. Hammi aiutato anchora maravigliosamente a condur questa impresa l’haver io seguitato i Principi miei signori nelle provincie alle guerre, la dove io ho veduto i campi, le schiere, le battaglie, l’espugnation delle città, le campagne piene di corpi morti nella vittoria, et brevemente i mirabili essempi dell’una et dell’altra Fortuna di guerra. Ora quale ella si sia, meritamente vi dedico io questa opera, presa se non con felice, certamente con nobil fatica, con isperanza almeno d’acquistarmi una honorata lode appresso a coloro che dopo noi verranno; et specialmente per questo a voi la dedico io, perché ella fu già con lieto augurio favorendomi Leone incominciata et vigilata in casa de’ vostri maggiori, la qual fu sempre un famoso ricetto dell’eccellentissime arti. Et non dubito [p. 002V] punto, che seguitando voi gli honorati vestigi de’ vostri progenitori, voi non mi siate per essere di grandissimo aiuto; poiché sì religiosamente et liberalmente osservate quei medesimi studi delle Muse, i quali alzarono già la famiglia vostra al principato della città, et quindi da’ due papati et quasi che congiunti insieme, all’altissimo grado di signore, dove voi con gran giustitia sapienza, et pietà governate tante città di Thoscana, et Fiorenza patria vostra; et molto più gentilmente et magnificamente che gli altri mantenete il domestico governo dell’illustre casa et famiglia vostra, con riputatione et con santissimi costumi. Ma quel che noi veggiamo in voi Principe degno di maraviglia, et non mai più veduto, si è, che in questa felicità vostra di tanti et così bei figliuoli, voi riuscite et maggiore et più felice assai di voi stesso più per la virtù vostra sola, che per la grandezza dell’imperio di Thoscana.