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L’instrumento della filosofia
[p. 001R]

All’illustrissimo et reverendissimo signore il s. Cardinale di Mendozza
ALESSANDRO PICCOLOMINI

NON da forza spinto di ventosa ambitione o di fumosa gloria (Illustriss. et Reverendiss. Signor mio), nè da stolta arrogantia et cieca oppenion di me Stesso incitato, (da le quali cose, quanto il mio animo sia lontano oltra che ‘l modello de la mia vita, s’io non m’inganno, già gran tempo ne può far fede gli stessi domestici amici miei, far ancora ne possono testimonianza), ma per solo desiderio di giovare a molti che io conosco d’ intelletto buonissimo et atto a filosofare, i quali non sapendo altra lingua che la ITALIANA lor materna, per non consumare in tor lingue stranie, quel che gli avanza de i buoni anni loro, involti si vivano ne l’ignorantia, mi lasciai cader in animo alquanti anni sono, di trattare scrivendo le cose di Flosofia non sol con ordine pieno d’agevolezza, (il che altri forse et latinamente et grecamente han cercato di far an [p. 001V] cora) ma con lingua pura Italiana nostra, ne la qual cosa sarò forse il primo, dico il primo perciò che se ben'innanzi di me sono stati alcuni che qualche concetto filosofico hanno in questa lingua medesima lasciato scritto, non di meno han questo fatto d' intorno a questa o quella materia separatamente, scrivendo l'uno (come a dire), d'Amore, l'altro de l'immortalità de l'anima, alcuni de la divina providentia, altri de la Fortuna o del Fato o de i Sogni o de la Libertà de l'huomo o d'altre cosi fatte materie discongiunte et da se divise. Onde nasce che coloro che non hanno principij di Filosofia, leggendo cotai Libri, asseguir ne possano o poco o nulla, non potendo intender chiunque sia quanto si ragioni filosoficamente d'alcuna cosa come d'Amore, (per essempio), o d'altra materia, se prima per intender d'Amore non conosce da i suoi principij la natura de l'anima nostra et di tutte le sue potentie, habiti, operationi, instrumenti et affetti. Né queste cose parimente può ben comprendere, se non gli è noto come le cose sensitive da le vegetabili si distinguano et come l'animate da quelle che non hanno anima; et così discorrendo fin che a le prime cause de le cose si venga alfine.

Questo medesimo ch' haviam detto d' intorno ad [p. 002R] Amore,si può considerare in qual si voglia altro concetto filosofico che separatamente et senz'ordine si tratti, dove si habbia da supporre come manifeste tutte quelle cose che ne precedano, le quali non sapute non lasceranno ancor sapere quello che da loro depende. Et di qui nasce che noi veggiamo spesse volte che alcuni di coloro che altro non hanno letto de le Scientie, salvo che qualche così fatto trattato volgarmente ſcritto, parendo lor poi d' intendere quelle cose che vi si contengano si ponghano a parlarne poi confondendo li termini et le sententie in modo che è odiosissima cosa l' ascoltargli a chi punto sappia. Sì come avenir veggiamo che molti parlan de l'amore, del desiderio, de l'anima, de la felicità de l'huomo, del libero arbitrio et d' altri così fatti soggetti che stanno naturalmente colligati insieme, nè san questi tali che ne ragionano eglino stessi quello che si dicano, non che Dio che da chi gli ascolta si possin lasciare intendere. Dunque io, conoscendo questo disordine et havendo desiderato et aspettato che fosse alcuno di tanti dotti et belli ingegni ch'io conosco hoggi che con ordinato incatenamento de le cose fin da i lor principij incominciando scrivesse et trattasse con la lingua propria nostra ogni [p. 002V] importante parte de la Filosofia, veggendo poi che niuno s'accinge a questa impresa così utile et honorata, tolsi io consiglio di volere esser' il primo che lo facesse, sperando di così dar animo a quegli altri che meglio lo potrien fare che non posso io. Né pensai io già (Signor Illustrissimo) di tradurre di greco o di latino, in che per la proprietà de le lingue et de le testure loro, non potria nascer chiarezza, ma feci resolutione d'ampliare, di restringere, alluminare et agevolar le cose a uoglia mia, senza però partirmi da le pedate de i buoni Peripatetici, i quali tra tutte le Sette mi par che più ordinatamente, più propriamente et con manco sospetto di contradictione habbin filosofato ne i Libri loro mercè de la Escellenza et divinità del Principe loro Aristotele, huomo a mio parere più che huomo, da'l cui giuditio ne li scritti miei non son solito di partirmi ; se già, o apertissima ragione demostrativa o (quel che importa più) il senso stesso non me ne tolle. Perciò che per più esser Aristotelico al senso non ingannato più che ad argomenti darò io fede eta questi più che all' authorità ; sì come Aristotele medesimo, d'intorno a questi tre modi d'assentire è solito di far sempre, mentre che per la ragione et per il senso, [p. 003R] ogni altra authorità per insino quella del proprio suo Precettore abbandona, sì come minutamente di tutto questo mio giuditio, discorso et pensiero ragionai quest'anno passato à V. S. Illustrissima, nel viaggio ch’ella fece a Genova. Et le aggiunsi molte ragioni che mi soglian muovere a desiderar di vedere ogni buona disciplina scritta in questa lingua d'ITALIA, qual V. S. Illustrissima suole spesse volte lodare et mostrar di tenere in pregio. Et le manifestai ancora (se ben la si ricorda) perché scrivendo io toscanamente, Italiani non di meno et non Toscani domando gli scritti miei. Et nel vero è cosa degna di gran pietà che molti naschino di giorno in giorno in ITALIA di alto et chiaro intelletto, capaci grandemente di quella perfettione che portano le Scientie et le difcipline, et per gli impedimenti che hanno havuti di non poter apprender la lingua o greca o latina o araba,sieno sforzati per questo di viversi così imperfetti, conciò sia cosa che imperfetto si può domandar quell' huomo che non havendo gustato il latte de la Filosofia che è la vera felice vita nostra, non sappia né possa beatamente vivere gli anni suoi, né conoscere in faccia non sol le cagioni di tante et [p. 003V] sì belle cose, che ne stan d'intorno, ma nè ancor la vaghezza de la virtù stessa dove il sommo nostro bene è riposto. Le donne parimente, ne la virtù de le quali vuole Aristotele che il mezo del felice stato de le città risegga, non essendo costume in ITALIA di far loro apprender altra lingua che quella che da le nutrici imparano, restan per questo prive et ignude senza lor colpa di quelli habiti che far le potrien felici, nè possan leggendo imparare di quanta forza sieno le virtù che lor convengano, et con quali operationi, esercitationi et offitij si possin perfette rendere, essendo ogni buona notitia nel ventre chiusa de la Filosofia. Innanimato dunque per cosi fatte ragioni a l'impresa di ch'io ragiono, mi mossi a scrivere alcuni anni sono di tutte le parti ordinatamente d'essa Filosofia così naturale come Morale, incatenando et tirando le cose da i lor principij secondo quell'ordine che convien loro.

Et perché io molto ben conosceva che mal si possano né intendere né dichiarare le scientie, senza l'aiuto di quelli instrumenti co'l mezo de i quali si possa diffinire, dividere, comporre, risolvere, discorrere et dimostrare secondo 'l bisogno di questa o di quella cosa che a trattar s'habbia, io per la notitia di così fatti instrumenti [p. 004R] appartenendo essi a quella facultà che Logica si domanda, ho fatto in lingua pur Italiana una Instruttione logicale facile et chiara, dove tutto quello che per i modi di discorrere, d'insegnare, di disputare e distinguere il vero da 'l falso appartengha, ho raccolto con ogni diligentia, dichiarando, illuminando et ampliando secondo che più a proposito mi è paruto. Sommi ingegnato d'usar parole et modi di dire più proprij et più usitati et manifesti, ch'io ho potuto, di maniera che se ben'alcuna parola non in tutto trita da'l volgo vi ho io alcuna volta interposta per meglio isprimere quei concetti che in mente del Volgo non sono ancora, (la qual cosa non manco penso che sia lecito a noi di fare che si fosse a i Greci et a i Latini, i quali per il bisogno de i nuovi concetti, nuove ancor parole si procacciavano) ; non di meno ho io fatto questo assai di rado et con minore innovatione et maggior appressamento di suono et proferimento a l'orecchie d'ITALIA proportionato che possibil sia stato a fare. In guisa che parola non credo che vi si truovi mai che se non in tutto usata et volgata, almeno assai prossima a l'altre nostre di parentela non si demostri.

Hor così fatta Instruttione et compendio di [p. 004V] Logica, quale egli si sia,ho io dedicato a V.S. Illustrissima et Reverendissima, non tanto perché con havermi ella con ogni benignità d'affetto chiamato prima ne la Casa sua et di poi bonificandomi ogni giorno et favorendomi, m'habbia ligato con vincolo di gratitudine, quanto ancora perché il valor suo et la dottrina sua m'han persuaso a questo, perciò che molto ben conosco io quanto da stimarsi sia il giuditio suo et naturalmente acuto, et da ogni sorte di disciplina per lungo et consumato studio adornato ; sotto la protettion del quale lascio al presente venir 'in luce questo principio de le fatighe che io mi son tolte per donar le buone Scientie a la lingua nostra. Et in questo medesimo tempo che io ho intitolato à V.S. Illustrissima questa Parte logicale che io domando Instrumento de la Filosofia, ho parimente preso ardire di dedicare la Prima Parte de la Filosofia Naturale a la SANTITA’ Di N S. PAPA GIVLIO III, per far con questo poco di inditio qualche segno de la contentezza ch'io sento in vedere esauditi da Dio i prieghi miei, conciò sia che nissuna altra cosa supplicando domadavo a Dio, due mesi sono in questa Sedia vacante passata, sennò che ne concedesse un buon Principe per il popol suo. [p. 005R] Et che ciò n' habbia conceduto mi rendo certo, non tanto per vedere essere questa oppenion commune, quanto perché sapendo io di qual caldo zelo de la salute del Christian gregge sia sempre ardente V.S. Illustrissima, veggendola poi uscir del Conclavi così lieta com' io la viddi et così poi mantenersi di giorno in giorno, non posso senno tener per certo che quella gratia n' habbian fatta DIO grandissimo che ogni buono gli domandava. Io dunque non potendo con fuochi, con archi, trionfi o feste o simili demostrationi manifestare a Sua SANTITA` il mio animo lieto, con quel picciol dono che ho già detto ho voluto darne quello inditio che da me può nascere. Ma tornando à V.S. Illustrissima io la supplico che con lieta mente ricevi questa poca di mia gratitudine che io le fo dedicandole questa mia operetta de la Logica Italiana.

Et occorendo che per malignità di alcuni che non per altro movendosi che per lor mala natura, sempre mordano le fatighe d'altri, fosse questa opera senza giuditio alcuno lacerata, degnisi V.S. Reverendiss. d'haverne la protettione. Et con questo fo fine, baciandole le mani con ogni humiltà, et pregando DIO poten [p. 005V] tissimo che sia sempre con lei in ogni attion sua et in ogni pensier suo.

Di Roma nel Palazzo proprio di V. S. Illust.ma alli X X X di Marzo M.D.L.