












NARRANO GLI SCRIPTORI, invictissimo principe, che Alexandro Magno Figliuolo di Philippo Re de’ Macedoni, venendo al sepolcro di Achille, non poté contenere le lacrime, ricordandosi che in quella età ch’era allora lui, avea facte molte cose degnie e che delle virtù sue dipoi s’era abattuto a trovare Homero scriptore, pel quale acto in modo parve accusassi el tempo avea consumato sino a quel dì, che mai di poi si posò, sino a tanto che non solo superò la gloria d’Achille, ma tucti gli altri greci. Iulio Cesare ancora affermano che dopo molti secoli, vedendo la imagine d’Alexandro, s’accese a operar cose maravigliose. Il perché se el monumento d’Achille e una vana pictura ebono tanta forza che commovessino et costrigniessino gli animi loro a operar cose degne di eterna gloria, che dobiamo stimare facessi el vedere tucto dì e’ triomphi e le victorie riportavano e’ loro cittadini ? Certamente come e’ facti sono da preporre alle parole, e quello si vede con gli occhi più muove che quello s’intende da altri, così le cose vegiamo far dagl’huomini prestanti molto più c’infiammano e destanci a exercitare opere degnie di somma loda, che quelle legiamo o udiamo. Sendo adunque proveduto dalla natura che non possiamo vedere altro che l’età nostra ci si mostri, per industria e ingegnio degl’huomini excellenti è stata trovata la historia, alla quale commectendo le cose occorrono in diversi luoghi, possiamo in uno specchio raguardare e’ processi de’ viventi seguiti in molti secoli. Di che si può comprehendere quanta utilità essa arrechi alla generatione humana, e quanto volendo essere grata gli sia obligata, sendo sola custodia fedelissima dell’opere nostre e quella che sempre ce le faccia presente e, col suo mezo riducendosi a memoria l’opere degli huomini singulari, ci inviti a operare di farci immortali e pe’ progressi d’altri ci mostri la vita di ciascuno, e’ consigli nel diliberare, e’ partiti presi e costumi delle republiche, le varietà grandi della fortuna, e’ vari eventi delle ghuerre, acciò che col exemplo d’altri possiamo eleggiere quello sia utile a noi e alla patria. Imperoché cominciando da’ più antichi, che gioverebbe quanto alla fama di Nino re degli Assirii, Semirami e Ciro tante guerre, tante fatiche, tanti maravigliosi exerciti, tante provincie subiugate e tanti re vinti, se non fussino state dagli scriptori celebrate ? che gloria sarebbe a Solone [p. 001V] e Lygurgo le sue leggie e l’ordinatione della patria ? A Melciade, Aristide, Lysandro, Agesilao, Epaminunda, le victorie acquistate se gli historici non l’avessino mandate alla memoria delle lettere ? Sanza dubio Hamilcar, Hanibale e Camilli, Fabii, Scipioni, Catoni, Bruti e innumerabili altri non arebbono soportate tante fatiche né messosi a infiniti pericoli, se havessino creduto l’opere loro essere sepulte insieme col corpo. Ma conosciendo e vedendo per experientia che chi era morto gran tempo inanzi, per virtù e industria de’ litterati era al continuo nella boccha d’ogni huomo e che e’ buoni erano commendati et exaltati et e’ cattivi e di pessima vita dannati e vituperati, operorono in forma che sé e la patria feceno eterna. Né contenti di dare materia agli scriptori, si sforzorono non essere inferiori di doctrina et eloquentia a l’arte militare e a le loro degnie operationi, non volendo a niuno modo che manchando gl’ingegni manchassi la loro gloria. Onde Xenophonte, Herodoto, Tuchidide, Timotheo, Hanibale sommi capitani troviamo scripsono historie. Similmente Quinto Fabio Pictor, Marco Catone Prisco, Lutio Sylla, Lutio Lucullo, Iulio Cesare, Asinio Pollione, dopo e’ triomphi riportati e le provincie superate, aversi dato allo scrivere historia. Così Cesare Augusto, Adriano, Gordiano vecchio imperadore avere elegantemente mandato alla memoria delle lettere le cose facte da’ romani, parendo loro come a huomini sommi questo solo esser perfugio di vivere e modo di prolungare la vita nostra, differente maxime in questo agli animali inrationali, facciendo la memoria loro più eterna era possibile e questo animo immortale ornarlo di gloria immortale. La qual cosa se avessino imitata gl’imperadori ànno regnato da Theodosio in qua, molti egregii huomini morti per negligentia d’altri viverebono, pari a quelle che l’antiquità celebra, e noi a loro imitatione ci sforzeremo di imitarli. Imperoché questi secoli passati ànno prodocti e nell’arte militare e nelle lettere molti huomini che se avessino sortiti ingegni di scriptori pari alle virtù loro, aremo materia assai da chi imparare e campo amplissimo da commendarli. Alberto Magno certamente lasciandone a dietro infiniti, San Thomaso, Egidio Scoto non cederebono in philosophia a Pyctagora, Zenone, Crisippo e Aristotele. Né Gotifredi Buglione, signore di gran parte dell’Asia acquistata da lui colla spada et el primo re di Palestina e Iudea, né el Tanburlano potentissimo, Federico Barbarossa sarebono inferiori o per gloria di cose facte o per moltitudine d’exerciti o per varietà di più provincie occupate a Nino, Ciro e Xerse re de’ Persi. Chi non giudicherà, volendo porre da parte ogni passione, Braccio Sforza, el duca Francesco suo figluolo, el Carmigniuola, Niccolò Piccinnino, Philippo Spano, Giovanni Vaivoda se e’ fussino nati in Athena o Lacedemonia pari a Leonida, Pausania e Pelopida, e a ciascuno altro notabile capitano el quale avendo facto tante egregie cose degne d’eterna memoria con [p. 002R] questa gente d’arme mercenaria e militi condocti per danari, pieni di licentia e costumi indegni di simile disciplina e per acquistar stato ad altri che stimiamo arebono operato a comparatione, se avessino avuto a militare co’ proprii cittadini per utilità, libertà e gloria della patria, e per amplificatione de l’imperio loro? Senza dubio se vorremo giudicare senza invidia o livore alcuno, aremo animo d’affermare questa età preceduta a noi avere in forma congiunta la eloquentia coll’arme, e prodocta l’una e l’altra in modo che possiamo arditamente dire non essere inferiore a quella antica, se ci fussino state le medesime exercitationi e e’ mezzi a operarle e e’ premii conrispondenti alle virtù. Chi sarà colui di sano intellecto che giudichi Dante, Francesco Petrarcha, Boccaccio, Leonardo, Poggio, frate Ambrogio indegni di comperargli a quel secolo di Cicerone se la natura gli avessi prodocti e nutriti nella romana republica? E’ quali è da maravigliare abino facto el fructo veggiamo solo per bonità di natura, sendo nati in questa età né avendo avuto a exercitare le cause innanzi al popolo o orare tucto dì, né avendo senato o alcuno giudicio da potere commodamente et con honore supremo expolire l’ingegni prodocti in perfectione dalla natura, che è stata tanto potente in loro che, quello conseguitavano gl’antichi per continua exercitatione e grandissimi premii, costoro ànno obtenuto per propria virtù. Certamente se e’ premii fussino pari a l’ingegni, non in minore admiratione sarebono apresso di noi e‘ nostri che gli antichi, né minore virtù vedremo in questa età che in quella, s’ella virtù fussi favorita e non solo lodata ma exaltata, di che facile e verissima coniectura si può fare ripetendo a memoria e’ tempi proximi del re Alfonso et papa Nicolao quinto, padre di ciascuno avea qualche lume d’ingenio, el quale sendo unico riceptaculo degli huomini prestanti e honorandoli come meritavano colla liberalità et industria sua suscitò in modo le lettere che non tanto la lingua latina ma la greca, dopo uno lungo exilio, ritornò in Italia. Col quale non dubiterei dire fussino sepulte insieme tucte le lettere come compagnia conveniente a tanto sapientissimo principe, se tu dopo la morte sua lacrimabile apresso a tucti e’ buoni e virtuosi non fussi restato solo in Italia, che colle tue facultà avessi sostentato molti ingegni egregii attoniti e sbigottiti per sì acerba morte, e colla humanità tua e buone promesse gli avessi tenuti confortati e in speranza di migliore fortuna. Sendo adunque, illustrissimo Conte, tu solo in questa età, che non tanto aiuti e presti favore a chi à ingegnio, ma ad imitatione di quelli antichi abbi congiunto la eloquenza con l’arte militare e in philosophia abbi facto tanto fructo, che sarebbe maraviglioso a chi vivessi in otio continuo e assiduamente e a casa e in campo scriva o legha, e le historie in modo abi impresse nella memoria, che ogni cosa ti sia presente per che niuna cosa sia nuova al animo tuo degnio d’imperare, ò diterminato dirizarti una historia delle cose [p. 002V] d’ Italia composta nuovamente da mio padre. La quale non saprei a chi più convenientemente destinare che a te, che in vita sua li fusti amicissimo e a chi à in reverenza e admiratione e’ docti, come interviene a tucti quegli ànno virtù alcuna. Avendo adunque nostro padre nell’ultima età, per gloria e honore della patria, scripta una historia fiorentina dalla prima ghuerra avuta con l’arcivescovo Giovanni de Bisconti nel mille trecento cinquanta fino alla pace facta a Napoli apresso del re Alfonso, e quella pervenuto dalla morte lasciata imperfecta, come prima e per l’età e per molte occupationi m’è stato lecito, accioché la memoria della città nostra e l’opera di molti prestantissimi huomini per Italia non manchassi a niuna altra cosa o più data opera, che a ridurla insieme, e divisala con somma diligentia in octo libri mandarla in luce, e farne copia a ciascuno desideroso d’intendere. La quale opera avendo condocta a fine e in tucto perfecta, rivoltandomi per l’animo e pensando a chi meritamente adirizzassi tante vigilie degnie d’essere lecte e per la eloquentia loro e per aver notitia di molte cose incognite alla maggior parte, subito s’apresentò alla mia mente la tua singular virtù pari per gloria e grandezza dell’opere facte da te a quelli co’ quali molte volte abiamo combactuto dello imperio e della libertà nostra. E avendo questo anno per propria virtù soctomessa e ridocta socto el gioco nostro Volterra, antichissima città di Thoscana, ribellatasi più per confidenza del sito che per potentia avessi, e colla industria tua superato la natura e ogni altra difficultà con tanta celerità che verissimamente si può dire non prima averla veduta che vinta, e la patria nostra liberata da grendissima sollecitudine e d’una pericolosissima inpresa renduta quieta e, contra la opinione comune, restituitogli la degnità sua e acquistatogli assai riputatione e una città nimicissima. La quale, dopo la civile victoria di Sylla, ebbe animo di soportare dua anni continui l’assedio di tanto insuperabile exercito e finalmente per accordo si dette a’ Romani, avendo fra pochi dì per forza presa in forma che dal senato e popolo nostro con sommo favore, per dimostrare qualche gratitudine di tanto beneficio, fusti facto cittadino suo e ricevuto come trionphante nella città e honorato di insegnie e ornamenti convenienti in questa età e niuno fussi degnio d’esser chiamato cittadino che non confessassi somamente esserti obbligato. Io ancora desiderando satisfare in qualche parte al debito mio, come amatore della patria, accioché qualche testimonio apparisse dell’animo mio, verso di lei e della tua signoria, diterminai secondo le mia facultà presentarti e mandarti questa historia la quale e a la città e a l’auctore sono certo sarà di somma gloria ne’ tempi futuri, e tu leggendola ritroverrai molti de’ tua e ultimamente te medesimo.
Poggio Bracciolini, Historia fiorentina, traduction italienne Di Poggio Iacopo, Venezia, Jacobus Rubeus, 1476.
Exemplaire reproduit : München, Bayerische StaatsBibliothek, 2 Inc.c.a. 522
Poggio Bracciolini
(auteur)
DBI (1971)
Iacopo Bracciolini
(traducteur, dédicateur)
DBI (1971)
EM (2014)
Federico da Montefeltro
duc d'Urbin
(dédicataire)
DBI (2012)
Alfonso V d'Aragona DBI (1960)
Nicolas V Notice Wikipedia
Poggio Bracciolini, Historia fiorentina, tradotta da Jacopo suo figlio, presentazione di Eugenio Garin, ed. fac-simile, Arezzo, Calosci, 2004.
Outi Merisalo, « Translations and politics in fifteenth-century Florence : Jacopo di Poggio Bracciolini and Domenico Brisighella, in Etymologie, Entlehnungen und Entwicklungen. Festschrift für Jorma Koivulehto, ed. I. Hyvärinen, P. Kallio, J.Korhonen, Mémoires de la société néophilologique d’Helsinki, 2004, p. 181-191.