Fac-similés Réduire la fenêtreZoomer dans le fac-similéDézoomer dans le fac-similéDétacher la fenêtre
Fac-similé de l'éditionFac-similé de l'éditionFac-similé de l'éditionFac-similé de l'éditionFac-similé de l'éditionFac-similé de l'éditionFac-similé de l'édition
Historia naturalis
[p. 001R]

HISTORIA NATURALE DI C. PLINIO SECONDO TRADOCTA DI LINGUA LATINA IN FIORENTINA PER CHRISTOPHORO LANDINO FIORENTINO AL SERENISSIMO FERDINANDO RE DI NAPOLI. PROHEMIO.

DI NESSUNA CHOSA SERENISSIMO ET Invictissimo Re Ferdinando, è più cupida la mente humana, che di poter con sua cognitione et con summa libertà penetrare per tutte le parte di questa universale machina, la quale per l’admirabile suo ornamento da’ greci cosmos, da’ latini mondo è nominata. Perché essendo gli animi nostri per loro natura di tanta celerità quanta né mia né altra lingua exprimere non poterebe, né essendo altro cibo che gli pasca et nutrisca, se non la cognitione, chi non vede che nessuna più grata chosa può a lloro adivenire che hauere vera scientia di tutte le cose? Et prima, perché siamo rilegati in questa infima et bassa parte del mondo et facti di quella non solamente habitatori, ma cultori et ornatori, è non piccola voluptà (se non si può con gli ochi) al manco con la mente ricercare prima questo globo della terra el qual, benché a comparatione del resto del mondo sia cosa minima et quasi centro di tutto el tondo; et benché di questa meno assai che la quinta parte sia habitata dagli homini, niente di meno è suavissimo cibo a’ nostri sensi, et quasi divina ambrosia havere noticia del sito et delle regione della plaga da noi habitata et cognoscere qual parte in essa sia più excelsa et rilevata et a l’una et a l’altra Orsa exposta senta assidui freddi et ghiacci. Et qual parte per l’opposito sia a l’altro polo più depressa, con che longitudine dalle parte orientali all’occidentali si distenda, nel qual sì amplo spatio consideriamo quanto innumerabile et varie natione, et con quanta diversità di lingue, d’habito et di costumi sieno, quanto varii animali, parte mansueti et obtemperanti allo imperio del huomo, parte silvaggi et feri. Consideriamo una incredibile discretione d’alberi, con inenarrabile copia et varietà di fructi. Né è mediocre voluptà oltra alla necessaria utilità quella che si piglia della cultura della terra, della naturale pictura della qual con varie forme et colori essa si veste. Né rimane patiente l’animo di natura cupido delle cose infinite di rinchiudersi in sì brevi termini, ma per restringere l’ardentissima sete del sapere passeggia tutto l’occeano. Né solamente vuole cognoscere le monstruose bestie di quello, ma di misurarlo (il che pare impossibile) al tutto si sforza. Dal quale dapoi con le platoniche ale levandosi a volo, passa prima per questo a noi contermine et più grosso aere et in quello considera tutte le perturbatione che quivi si generano. Vede onde sieno li venti, onde le piove. Intendivi una vehementissima et atrocissima battaglia tra ‘l fredo et el caldo, tra l’humido et el seccho. Cogniosce qual forza el baleno, qual el tuono, qual la saecta produca. Né gli è incognito per qual cagione nella freda stagione la neve, nella chalda la grandine si congeli. Dapoi lascia sì perturbato aere et ariva al lucido et sereno. Trapassa l’elemento del fuocho, non sanza summo stupore di miracoli di quello. Et quanto più innalza magior velocità prendendo, contempla la natura et proprietà del corpo lunare, la velocità di Mercurio, la benignità di Venere. Cogniosce el Sole essere veramente el cuore del mondo, et temperatore et governatore di tutti li pianetti et moti celesti. Cogniosce l’ardor di Marte. Cogniosce la salubrità di Giove. Cogniosce el fredo di Saturno. Cogniosce perché questo sia tardissimo di tutti li altri et finalmente perché di sì varie et diverse spere risulti tanto suave harmonia. Né contento consistere qui arriva alla porta non del cancro, per la quale di lassù qua giù si rovina, ma a quella del capricorno aptissimo varcho a intrare nel supremo cielo, dove come in propria patria ridocto per l’assidua contemplatione mai gli occhi torcie da quello [p. 001V] che è, et di sé et di tutto l’universo creatore. Nel qual come in nitidissimo spechio ciò che è di visibile et invisibile vede, et d’ogni cognitione, quanto la sua natura suporta, divien capace, il che gli dà absoluta incorruptibile et etherna felicità. Adunque chome di grado in grado da l’infima parte d’ogni grande edificio alla più excelsa s’arriva, così la mente nostra benché l’ordine degli effecti alla causa sia retrogrado, dalle visibile chose insino alle invisibili perviene. Le quale tutte considerate, chi non intenderà quanti siano e meriti di Caio Plinio Secondo inverso quelli li quali hanno cognitione delle latine lettere, havendo lui in sei et trenta libri tutto questo ordine comprheso? Ma sanza dubio alcuno in nessuna parte si dimostra minore la liberalissima tua clementia Invictissimo Re Ferdinando, el quale conoscendo gran parte de gli homini essere ignari delle latine lettere, hai voluto anchora in questa parte sovvenire a quegli, et dare opera che Plinio di latino diventi thoscano, et di romano fiorentino, accioché essendo scripto in lingua commune a tutta Italia et a molte externe nationi assai familiare, l’opera tua giovi a molti. Et certamente quando io meco medesimo considero et con la mente da’ teneri tuoi anni insino a questa età la vita et e’ chostumi tuoi repeto, non solamente in opinione constantissima, ma in scientia indubitatissima vengho che le innumerabili et maraviglose tue virtù t’habbino facto pari a qualunche di quegli antichissimi Re, e’ quali non hanno men fama pe’ gl’ingegni de gli scriptori che per le chose da loro facte. Imperò che se vogliamo o con le ragioni della natura, la quale è optima guida in ogni cosa, el vero investigare, o l’auctorità di molti doctissimi et theologi et philosophi seguitare, confesseremo el nome regio essere chosa saluberrima et dono al tutto celeste tra mortali et tra sì infinita turba di principi, e’ quali in tanti già passati secoli in varie nationi sono stati, pochi essere quegli che veramente ne possino essere degni giudicati. Imperò che se bene attenderemo qual fussi l’origine et del titolo et della potestà regia, troveremo nel primo secolo et nel mondo anchora novello, quando né l’avaritia loro d’altri, né l’ambitione gli altrui imperii desiderava, che ciaschuno popolo de’ suoi cittadini uno eleggea, non el più egregio di corpo, non di più anticho sangue, non di maggiori richezze, ma di tali virtù che et per prudentia sapessi, et per grandeza d’animo ardissi, et per giustitia et probità volessi rectamente administrare la republica a llui commessa. Chostoro intendevono che tale administratione era stata loro conceduta non per suo utile, non per sua quiete, ma per publico comodo et comune utilità di tutti. Questi vegghiavono per che gl’altri dormissino. Affatichavonsi per che gl’altri si posassino. Andavano contro a ogni pericolo per che gl’altri vivessino securi, imitavano el buon pastore, el quale mette la vita per le sua pecore. Onde Homero et molti altri poeti grechi chiamano Agamemnone et gl’altri principi, e’ quali voglono lodare, pimenas laon, cioè pastori di popoli. Questi furono e beati secoli, et veramente aurea età nella quale e’ mortali contenti a’ suoi confini, né da avaritia, né da ambitione erono impulsi a muovere guerra a gl’altrui paesi. Era ogni mente et ingegno de’ principi volta in excogitare et trovare nuove arti et doctrine, con le quali gl’homini diventassino più eruditi et la vita ne conseguissi maggior comodo in imporre varie leggi, con le quali gl’animi de’ cittadini si rivocassino da ogni lascivia et incontinentia, et accendessinsi a ogni grave pericolo. Exercitavano e’ populi nella disciplina militare non per fare ingiuria, ma per resistere et punire chi la facessi, per stirpare gl’iniqui et crudeli tyranni, per domare varii mostri. Delle quali chose conseguitorono tanti immortali honori che non solamente tra gl’homini furono nel suppremo grado collocati, ma anchora nel concilio de gli immortali idii enumerati. Di qui apresso degl’Egyptii Osyris et Isis et l’anticho Hercole et Baccho sono chome idii adorati. Di qui e’ Greci et poeti et oratori et historici hanno dato tal fama, non dirò a Giove, Apolline et Minerua, ma a Mynos, Eacho et Redamanto, che a nessuna natione mai saranno incogniti. Trapasso Belo tra gl’Assyrii, Inacho et Phoroneo ne gl’Argivi, Cecrope et Codro ne gl’Atheniesi. Potrei questo medesimo narrare de’ prisci Latini. Ma lascio indrieto Saturno, lascio [p. 002R] lano, lascio Camese, lascio Picho, la vita de’ quali fu piena d’affanni et di sudore, non per convertire la sua potentia in proprio comodo, ma pel ben universale. Questa fu la vita et chostumi degl’antichi, questo el governo, el quale faceva e popoli quieti. Ma se ripeteremo diligentemente e’ tuoi egregii facti, Invictissimo Re Ferdinando, certamente nessun sarà o sì ignaro delle cose facte ne’ nostri tempi, o sì iniquo iudice et stimatore di quelle, che non conceda te meritissimamente dovere tra e’ più laudati regi obtenere amplissimo et augusto seggio. Ma per che in sì grandi et varie et veramente regie tue virtù è molto più difficile trovare el fine che el principio, et in tanta copia di chose è più laboriosa la dispositione che la inventione, qual chosa prima, qual ultima porremo? Maxime havendo in brevità di prohemio coartare et ristringere quello che in amplissimo campo d’historia apena si potrebbe explicare. Lasceremo adunque adrieto molte degne chose le quali in tua gioventù et sotto el reggimento anchora di Alfonso tuo padre in summa admiratione tirorono gl’huomini del tuo regno et indubitata speranza da teneri anni a quegli dectono, te non dovere in alchuna parte essere inferiore alle ineffabili virtù del padre tuo. Seguitò el tempo della successione tua et de’ primi principii del tuo regno nel quale che chosa fu da te pretermessa la quale havessi a constabilire optima et diuturna pace? Quale officio di prudentissimo et clementissimo principe lasciasti indrieto? Non era a te incognita la natura degl’huomini cupidi sempre di chose nuove. Conoscevi la levità et assidua mutatione de’ popoli. Conoscevi quanta sia la ‘ngratitudine de’ benificii ricevuti, quanta la vana speranza nelle chose etiamdio impossibili. Conoscevi quanto sogla crescere l’audacia degl’ambitiosi ne’ principii degl’imperii. Né era a te nascosto essere alchuni e’ quali studiosi delle parte inimiche niente di bene haveano in animo. Et benché havessi potuto ragionevolmente et sanza alchuna ingiustitia optimamente di quegli assicurarti, nientedimeno giudicando niente essere più alieno dalla maestà regia che dare suspictione di crudeltà, diterminasti tentare di vincere la perfidia con la liberalità et gl’odii con la clementia. Quali adunque furono le parole tue nel primo consiglo, di quanta prudentia ripiene, di quanta gravità insieme et humanità composte, con quante efficaci ragioni, con quanta asseveratione dimostrasti niente da te più disiderarsi che la pace et la tranquillità et el comodo di tutti e’ tuoi. Et acciò che e’ facti non fussino diversi dalle parolle innanzi che quello consiglo si dissolvessi, un tributo di ducati cento mila l’anno a’ tuoi popoli condonasti et da tale graveza in perpetuo gli liberasti. Et per che e’ baroni et principi del regno tuo vivessino et più honorati et fuori d’ogni sospecto, a tutti desti conveniente et honorifica condocta et concedesti loro le regale entrate delle loro terre. Non dico con quanta celerità cavalcasti tutto el regno, con quanta humanità visitasti tutti e’ popoli, quanta speranza desti a ciascheduno che volessi in pace et con honestà vivere. Ma certo è vero ne gli stati humani che la fortuna in ogni chosa signoreggia, né può prudentia humana a’ suoi colpi fare riparo. Seguirono adunque gl’adversi tuoi chasi, ne’ quali che atroce chosa può la fortuna in che essa non ti exercitassi? Fu subito et impremeditato lo insulto del nimico. Gran perfidia in molti amici, et in molti gran timidità, in forma che parte a un tracto ribellandosi ricevettono le copie hostili nel cuore del regno. Alchuni per paura tergiversando davano più ardire a gl’adversarii che aiuto a’ tuoi. Tu giovane, nuovo nel regno, sanza molte genti d’arme et con lo erario per la incredibile liberalità paterna al tutto vacuo, davi opinione a molti essere impossibile che a tanto empito potessi resistere. Ma videsi per experientia quello che è da molti savi in luogho di proverbio usurpato, che chome nella fornace s’approva et s’affinisce l’oro, chosì ne’ sinistri et infelici tempi ogni virtù più splendida apparisce. Et chome la ruota assottigla el ferro et rendelo apto a taglare ogni dura chosa, chosì la sinistra fortuna aguzza gl’ingegni generosi. Proponesti adunque essere proprio officio di Re non ricusare alchuno pericolo per la salute de’ tuoi et defensione del regno, et più tosto morire con honore che vivere sanza gloria. Dove si [p. 002V] manifestò prima la tua incredibile sapientia et ne’ giovanili anni senile providentia in prevedere et provedere a tutti e’ pericoli et a tutti e’ danni. Fu incredibile la industria tua in mantenere l’exercito sanza pecunia le quali in ogni guerra sono necessarie, né minore in eleggere e’ luoghi et e’ tempi idonei a potere con breve numero di gente d’arme fare gran chose. Et sanza fallo quando penso con che arte in tanta penuria di tutte le chose necessarie mantenesti la speranza a’ tuoi et la benivolentia inverso di te, mi s’apresenta alla mente un nuovo Sertorio. Et se rivolgeremo et l’antiche et le moderne historie et gl’egregii facti di molti excellentissimi capitani, sarà molto minore el numero di quegli che combattendo hanno potuto vincere l’afanno et la necessità che quegli che hanno vinto gl’adversarii. Ma se nel prevedere havesti occhi cerveri, non ti manchò anchora nelle chose ardue et difficili un leonino chuore. Vorrei in queste parte potere exprimere quello che in me sento. Vorrei potere con la penna dipingnere la mente, o excellentissima grandeza d’animo, o virtù et forteza veduta rade volte et in pochi conosciuta. Qual chosa mai di sì horrendo aspecto ti ritardò da fare quanto la prudentia ti persuadea essere utile o honorifico? qual chaso sì ripentino mai te oppresse el quale ti potessi perturbare? É molto lodato da’ savi quel capitano el quale antivede qual chosa sia da seguire, qual da fuggire. Ma molto più se antivedutola né grandeza di faticha né horrore di pericholi lo ‘mpedisce al fare. Qual parte adunque è sì ardua nella militare disciplina la quale per mancamento d’animo tu non habbi adempiuto? Eri in Calabria, paese assai lontano, quando per la venutta del nimico Calvi si ribellò. Con quanta celerità adunque quivi volasti, et benché el verno fussi difficile et allo assedio molto contrario, niente di meno perché gran momento parea seco arrechasse nel principio della guerra a riaverlo, sopportasti ogni affanno, mettesti ogni industria in forma che lo ricuperasti. Né fu men grave l’obsidione d’Arienzo, nella quale giurorono e’ soldati tuoi mai essere stata obsidione facta in tempi più difficili, et pe’ le pioggie pe’ venti et pe’ ghiacci più insopportabili. Ma che dirò io della obsidione di Giesualdo, nella quale era dubio se fussi tu quello che assediavi o l’assediato. È molto forte di sito et di natura questa terra, et in suo favore havea da una delle parti el conte d’Avellino et el conte dell' Atripalda, et dall’altra el duca Giovanni et el conte lacobo con valido et robusto exercito. Tu immezo tra la terra et el nimicho constituto non prima ti partisti che in tua potestà riducesti la terra et gl’huomini. Molto prolipso sarebbe né conveniente a questo tempo se per suo ordine volessi ogni chosa riferire. Ma non posso con silentio trapassare due asperrimi chasi veri testimonii della invicta grandeza dell’animo tuo. Venisti in colloquio co’ nimici, date parimente et ricevuta la fede, la quale apresso a ogni natione etiamdio barbarica è stata sempre con somma religione observata. Et venisti sanza alchuna suspictione, non stimando in altrui quello che non era in te. Eron teco el conte lanni di Ventimigla, huomo in disciplina militare excellentissimo, ma alhora dalla età senile aggravato, et Gregorio Anchorigla, el quale dell’una parte del corpo era al tutto debole et perdutto. Erono gl’adversarii el principe di Rossano, lacopo da Montagnana et Deiphebo dall’Anguillara, huomini prompti di mano, audaci d’animo, robusti d’età, e’ quali non stimando più la fede data che gl’infiniti oblighi e’ quali haveano con tua maestà, a un tracto feciono empito in te, tentando in uno medesimo tempo spoglarti del regno et della vita. Nel quale sì repentino, sì furioso chaso, essendo tu uno contro a tre improvisto contro a’ proveduti, nessuno rimedio era alla tua salute se una invicta prestantia d’animo, scacciando da te ogni viltà et rimovendo ogni horrore el quale in simili chasi suole torre ogni providentia, non t’hauessi facto intrepido et prompto alla difesa. Seguitò lo infelicissimo conflicto di Sarna, nel quale non el consiglo, ma la necessità ti pinse. Dopo el quale vedesti tanto inviliti gl’animi de’ tuoi che furono alquanti che non dubitorono persuaderti di cedere alla fortuna et al nimicho et con ogni condictione, benché iniqua fussi et con dishonore, ricuperare la salute et lasciare el regno. Ma chi potrebbe in questo luogho discriver a bastanza [p. 003R] quale fussi l’animo tuo, el quale in tanto pericolo constituto non solamente non cedette, ma in nessuna parte se alterò. Fu chosa mirabile che tornato in Napoli in sì universale merore, nessuna mutatione di volto dimostrasti, nessuno officio intermetesti. Niente lasciasti della tua consuetudine, niente delle gioconde et familiari confabulationi nelle quali ripetendo la battaglia passata et ciaschuno et degl’amici et de’ nimici secondo e’ loro portamenti lodando et riprendendo delle chose a te tanto apartenenti, parlavi chome se una antichissima et dalla nostra memoria molto rimota historia narrassi. Debba essere l’animo del huomo forte, sempre cauto et provido contro a gl’insulti della fortuna. Ma quando ha facto ogni provedimento che può fare l’huomo, debba ogni adversità che segue sopportare in pace. Il che essendo in te, vincesti con la patientia et tollerantia la crudeltà della fortuna et mettendo tutto el tempo tuo non in lucto et feminile lamentatione, ma in utili ripari, meritasti che quandoche sia di crudele inimica diventassi amicha. Fu sanza fallo chosa d’ogni nobile historia degnissima la recupatione d’Aquadia, terra per naturale sito inexpugnabile et dalla quale non erono due migla lontani gl’exerciti hostili. Qui essendo molto extenuati e’ campi tuoi perché et molti erono iti al saccomanno et molti alla scorta delle bombarde, le quali per la expugnatione della terra facevi venire, presono occasione e’ nimici d’assaltarti. Era grande l’auctorità del duca Giovanni, grande la industria et la disciplina militare di lacopo Piccinino. Né con minore odio veniva el principe di Taranto. Né era dubio che, chi quel dì fussi vincitore, aqquistaua la possessione di tutto el regno. Quanto adunque fu l’empito hostile? Quanto in tempo da te men disiderato? Quanto l’ardore universale di tutti e soldati? Quanta indubitata speranza pel picchol numero rimasto de’ tuoi di potere expugnare e’ campi? Ma certo non è mai improvisto chi contro a ogni chaso sta provisto. Tu adunque a un tracto et e’ presenti armasti et gl’absenti rivocasti, et con tanto ordine et animosità incontro al nimicho ti facesti che pocho tempo sostenne le tue forze. Vedemmo quel conte, el quale tanto nome hebbe in guerra, voltare le spalle et tanto temere che seguitandolo tu esso non fussi constrecto a ripiglare la zuffa, che per fugirti d’occhio tutto el paese che drieto a sé lasciava, et l’herbe pel tempo chaldo seche se accendere et con punicca astutia pel benificio del fummo si sottrasse dal tuo conspecto. Né fu incognito al duca Giovanni tale pericolo, il quale riputò in luogho di victoria non essere stato vinto. Né si contenne el principe di Taranto, che gridando non si dolessi havere a fare con chi in su la punta della lancia portava tutto un reame. Questo fu un preludio al facto d’arme di Troia et un saggio di quello che quivi havessi a intervenire. Fu la battagla troiana molto aspra et dall’una et dall’altra parte con tutte le forze combattuta, per che non era el premio della victoria solamente Troia, ma lo sceptro et la corona del regno di Pugla, nella quale per non essere prolipso si vide in quel giorno appresso alla italica Troia uno italico Achille. Dirò certo chosa al tutto incredibile, ma quegli che in sul facto si ritrovarono me ne sieno veri testimonii, per che difficile fu in quel giorno discernere quale tu fussi più excellente o capitano, o condoctieri o huomo d’arme? Capitano certamente docto et provido in ordinare tutte le tue genti et farle passare el fiume. Condoctieri francho et animoso in cacciare le squadre del principe del Monte a Troia vicino. Huomo d’arme pieno d’ogni forteza in reprimere le genti del conte che uscivano fuori di Troia. Questa victoria con tanta industria, con tanta forteza aqquistata da te, al tutto constrinse lo inimicho a cedere della possessione del regno et fu el principio al tuo florentissimo stato. Lascio indrieto con quanta prudentia et equità pacasti in brevissimo tempo tutte le parti del tuo regno. Con quanta liberalità et gratitudine ripremiasti gl’amici. Con quanta cautione et mansuetudine provedesti che quegli che t’haueano nocuito non ti potessino per l’avenire nuocere. Lascio indrieto quanto grato ti dimostrasti, quanto ricordevole de’ benificii ricevuti, et da Pio pontefice maximo et dal duca Francesco. Imperò che et la chiesa vacillante per la morte di Pio, col favore de tuoi exerciti et colla tua auctorità constabilisti. [p. 003V] Et morto el duca Francesco, et coll’armata marittima et colle copie di terra et con molte legationi a tutti e’ principi d’ Italia, tutto el suo imperio ritenesti nella fede et toglesti ogni audacia a chi sprezando el femineo sexo della mogle, et la tenera età et absentia del figluolo, disiderava tentare chose nuove. Conobbe la republica nostra fiorentina, dopo el tumulto civile, con quanto amicho animo et quanto promptamente et col primogenito tuo et colle florentissime tue squadre contro a’ nimici la sovenisti. Taccio quello che inverso el Re d’Aragonia, quello che inverso Ruberto signore di Rimino facesti. Trapasso con silentio che solo tu de’ principi christiani dopo la perdita di Necroponto ti mostrasti paratissimo alla defensione del nome christiano. Et perché la natura del prohemio non disidera sì lunga oratione, concludendo tutto questo luogo, affermo ne’ nostri secoli nessuno principe essere stato el quale in diversi tempi, né in maggiore calamità, né in più excelso grado si sia trovato. Né mai benché ripetessimo tutte le historie troverremo animo che nell’adversità più sia stato invicto, et nella seconda fortuna più humano et più remoto da ogni elatione. Né ha potuto el tranquillo ocio della diuturna pace diminuire el vigore dell’animo tuo et la vigilantia in tutte quelle chose nelle quali possi giovare, non solamente a’ tuoi ma a tutti gl’altri huomini. Et al presente intendendo quanto sia utile et gioconda la cognitione delle chose scripte in Plinio, per farle comuni a quegli che non sanno le latine lettere, hai voluto che io in lingua fiorentina lo transferisca. Il che se non ho facto con quella celerità desiderava la tua Sacra Maestà, perdonerai alle occupationi mie, imperò che quando questa provincia mi imponesti, non havevo anchora condocto al debito fine quattro libri latini in dialogo latino, intitolati al mio Cesareo et Invictissimo Federigho feretrano principe degl’urbinati, le cui incredibili, stupende, innumere et varie virtù et la Alexandrina liberalità verso di me m’infiamano ogni giorno più a celebrare le sue laude. Dipoi finito questo libro, niente di tempo intermessi insino che sì lungha et varia opera conduxi al fine. Sarà adunque della somma sapientia et clementia tua, Invictissimo Re, se in sì gran numero di chose alchune saranno tradocte o più duramente o con più obscurità che molti non vorrebbono, condonarle alle molte et varie difficultà le quali sono manifeste in tale interpretatione. Prima chi non conosce che solamente la grandeza del volume et numerosità delle chose fanno etiam el facile difficile? Et chome doctamente scripse Horatio, nella lunga opera conviene che el sonno inganni lo scriptore. Il che si può similmente dire dello interprete. A questo s’arroge la diversità di varie scientie più tosto accennate che narrate et con tanta brevità transcorse, che anchora in quella lingua nella quale Plinio le scrive possono non solamente al vulgo, ma a gl’huomini docti parere obscure. Preterea molte cerimonie, molti sacrificii, molti giuochi, molte altre chose delle quali in questo libro si fa mentione hebbono e’ latini, le quali non furono mai in consuetudine apresso di quegli che hanno usato la lingua nella quale scrivo. Non è adunque maravigla se non ho trovato vocaboli thoscani alle chose non mai state in uso appresso de’ thoscani. Ma se a’ latini fu lecito, non havendo in molte chose e’ vocaboli latini, usare e’ greci, chome veggiamo quasi in tutte le doctrine et arti, nelle quali più tosto vollono dire philosophia che studio di sapientia, et musica, che scientia di canto et geometria et arithmetica et astrologia, che ragione di misure, di numeri, o di stelle, perché non sarà lecito a me dire gladiatori, meta circense et megalense et simili altre chose, le quali non hanno nome fiorentino? Sono in alchune arti et maxime nell’agricultura molti instrumenti non in uso ne’ nostri tempi, a’ quali che altro nome daremo se non quello troviamo? Né so chome interpreti seminario et arbusto, item ablaqueare et interlucare et molti altri, se non per circunlocutione o pel medesimo vocabolo. Ma sarà forse chi harebbe disiderato che in molti luoghi io fussi uscito delle parole dello scriptore et alle sententie obscuramente decte havessi arroto di mio, et non solamente tradocto quanto lui pone, ma dichiarato et comentato quello che fussi conciso et obscuro. A’ quali confesso che C. Plinio ha [p. 004R] tractato alchune parti non chome cholui che le ‘nsegna a chi non le sa, ma le ramenta a chi le sa. Le quali chose se io havessi voluto lungamente distendere in forma che etiam gl’indocti l’havessino intese, era necessario che el volume, el quale per se è molto grande, con questo arroto divenissi ismisurato. Né io harei usato officio d’interprete et tradoctore, ma di comentatore. Il perché ho stimato essere a sufficientia se traducendo, tanto harò facto thoscano quanto Plinio fece latino. Solamente in due chose ho arroto al testo, imperò che et molti vocaboli greci, e’ quali Plinio pone sanza interpretatione, da noi sono stati interpretati et in molte herbe et in alchuni animali et alberi oltre al nome che pone Plinio, habbiamo posto el nome thoscano, benché in questa parte non sia pocha difficultà, considerato che ne‘ nomi de l’herbe è non piccola differentia tra gli scriptori, et un medesimo nome da varii è attribuito a varie herbe. Tu adunque, Invictissimo Re, le nostre lunghe vigilie felicemente leggerai, le quali se intenderò esserti state grate, darò opera con ogni industria et con sommo studio scrivere dell’altre chose per le quali el tuo Invictissimo nome et degno d’immortalità si conservi in diuturna fama.

Notices réduire la fenêtredetacher la fenêtre
Références ouvrage

Pline l'Ancien, Historia naturalis, traduction italienne Landino Cristophorus, Venezia, N. Jenson, 1476.

ISTC ip00801000

Exemplaire reproduit : München, Bayerische Staatsbibliotek, Ink P-611

Notices biographiques

Pline l'Ancien il Vecchio (auteur) Enciclopedia

Cristoforo Landino (traducteur, dédicateur) DBI (2004)

Ferdinando I d'Aragona roi de Naples (dédicataire) DBI (1996)

Autres personnalités citées

Alfonso V d'Aragona

Bibliographie

Roberto Cardini, La critica del Landino, Firenze, Sansoni, 1973

Cristoforo Landino, Scritti critici e teorici, a cura di roberto Cardini, Roma, Bulzoni, 1974.

Riccardo Fubini, « Cristoforo Landino, le Disputationes Camaldulenses e il volgarizzamento di Plinio : questioni di cronologia e di interpretazione, in Studi in onore di Arnaldo d’Addario, a cura di Luigi Borgia, Francesco De Luca, Paolo Viti, Raffaella Maria Zaccaria, Lecce, Conte editore, 1995, vol. II, p. 535-560.

Marcello Barbato, « Plinio il vecchio volgarizzato da Landino e da Brancati », in Le parole della scienza. Scritture tecniche e scientifiche in volgare (secoli XIII-XV), atti del convegno di Lecce 16-18 aprile 1999, éd. Riccardo Gualdo, Galatina, congedo editore, 2001, pp. 187-227.