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Historia de duobus amantibus (Euryalo et Lucretia)
[p. 001R]

PROEMIO D’ALAMANO DONATI AL MAGNIFICO LORENZO DE’ MEDICI.

NESSUNA cosa certamente, preclarissimo Lorenzo, è più alla generatione humana naturale et conveniente che lo apetire et disiderare la gloria, il che esser verissimo con innumeri et validissimi argumenti provare il potremo, se non stimassimo esser vano et superfluo volere prolixamente dichiarare quello che a’ sensi di tutti è manifesto, essendo per sé la verità più chiara che la luce meridiana. Et per tanto giudichiamo dovere satisfare se con uno solo exemplo di Cicerone, della latina eloquentia padre, la propositione nostra confermeremo. Imperoché lui nelle Questioni Tusculane narra come quelli severissimi philosophi che molti libri in commune utilità del disprezare la gloria doctissimamente composono. Nondimanco in quelli il nome loro inscrivere vollono, potendo più comodamente pretermetterlo non solo per la propria professione, ma molto anchora per non repugnarsi et dire cose contro a se stesse contrarie. Nel che pare si [p. 001V] dimostri grande levità, la quale sommamente a’ philosophi è vituperosa. Ma invero chi è quello che la natura interamente expugnare possa ? Niente altro sotto maraviglioso et artificioso velame e’ prudentissimi poeti figurano quando inducono e’ giganti con Giove combattere se non è l’arrogantia et insania di coloro e’ quali si danno ad intendere potere a lei opporsi et resisterli. Onde da quello che è a tutti commune, li sapientissimi philosophi difender non potendosi si arrendereno, cercando la gloria naturalmente, benché grandemente vituperassino chi a quella servissi. Né certo tale desiderio sanza ragione della natura ci è insito, spetialmente non operando ella come scrive il philosopho alcuna cosa indarno, ma ecci data per uno stimolo, sprone et incitamento alle cose alte et grande, infiammandoci tutti per suo amore alle virtù. Né in verità sarieno stati tanti gloriosi et egregii huomini o in Roma o in Grecia o in qualunque climate et regione, se stati non fussino infiammati et provocati da questa. Imperoché Demostene, sanza dubio primo degli oratori greci, forteza et sustentaculo del popolo come [p. 002R] il nome suo in greco suona, mai a tanta fama et auctorità dalla paterna fabrica sarebbe pervenuto se dalla gloria non vi fussi stato tirato; et che altro fu quello che anchora in re militare indusse Alexandro cognominato per la virtù sua Magno, al quale come dice Giovinale uno mondo non bastava soportare tanti affanni nel sottomettere tanti populi et soggiocare tante nationi tentando anchora l’occeano et potendo apresso il nostro leggiadro poeta riuscirgli, se livida morte non vi si fussi interposta? Ma a che referiano noi gli exempli externi abondando ne’ domestici? Et questo è lo arpinate Tullio, quanto altro huomo da quella commosso che fu cagione che lui padre della patria essendo ella anchor libera si chiamassi oltra gli altri sua titoli et degnità? Che altra cosa Iulio Cesare, huomo et in guerra et in pace excellentissimo, commosse adoperare sì stupendi et generosi facti riportando tante victorie di sì mirabile et pericolose battaglie? Passo con silentio quel primo Re di Roma fondatore, el victorioso Camillo, Cornelio, Cosso et il buon Marco Marcello con le opime spoglie. Pretermetto anchora e’ [p. 002V] Fabii, e’ Pauli e i Decii sì larghi di loro sangue, et il maggiore e ‘l minore Scipio africano, duo fulguri in arme et in numerabili altri domestici et externi nelle antique storie celebrati. Et però noi, magnanimo Lorenzo, come da lei impulso, pervenendoci nelle mani una operetta dignissima intitolata Historia de dua amanti, da Pio secondo Pontefice sommo a Mariano suo compatriota, laquale sì per la sottile inventione, sì per la elegantia et copia del dire, sì per le varie et acommodate sententie, merita da ogni docto esser lecta, giudicamo non essere alla era nostra alieno et forse a qualcuno non inutile per nostra exercitatione di lingua latina in fiorentina tradurla. Nella quale al parere nostro habbiamo usato rectamente l’ofitio del fedelissimo interprete, nondimeno in alcuno luogo secondo la facultà del nostro debile ingegnio ampliandola, non però mai pervertendo ma sempre conservando integro el senso dello auctore, perché sarebbe sacrilegio fare il contrario. Preterea l’habbiamo in molti luoghi emendata, dove per negligentia delli impressori era scorrecta, la quale come primitie et saggio de’ nostri studii a te, [p. 003R] refugio et porto di tucti e’ licterati, dirizamo, non giudicando per questa traductione volgare, essendo tu doctissimo, essere della tua doctrina et excelentia degna. Ma a ffare tal cosa due ragione potissime ci indussono: la prima perché sappiendo noi come dallo eruditissimo preceptore nostro Georgio Antonio Vespuccio più volte habbiamo udito il parlare latino in toscano tradocto perdere assai di degnità, temavamo non advenissi a noi quello che lo amico del satyro Persio gli predice dovergli incontrare, et questo è che uno o al più dua questa nostra opera leggessi. Deliberamo per fuggire tale miseria a te destinarla, dal quale tanto splendore debbe pigliare che siamo certi non restarà nelle tenebre. La seconda ragione è che essendo tu peritissimo in prosa et in versi toscani, ne’ quali tieni facilmente el principato onde scema al continuo alla patria nostra el desiderio del suo caro figliuolo Petrarcha, tal rallegrandosi di vedere uno inanzi agli ochi a lui superiore o almeno pari, stimiano te in questa nostra traductione potere dare recto giudicio. La quale se tu aproverai speriamo, [p. 003V] come Cicerone al severissimo Bruto delle sue opere scrive, da tutti doversi aprovare, facendo noi non minore stima del tuo probatissimo iudicio che e’ gentili si facessino di quello di Apolline o di Giove Hamone cognominato. Elevando lo animo nostro per lo advenire a più degna et laudabile impresa, acciò ti possiamo satisfare com più amplo et egregio dono, pur che la facultà degli studii como spesso adiviene, da pubblici pesi et perturbatione non ci sia impedita. Tu adunque leggendo questa nostra operetta, ti ridurai a mente e’ figliuoli della pia memoria di nostro padre ser Marchionne, a te sempre et al tuo stato più fidele che al pio Enea Achate fussi. Lege feliciter.

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Références ouvrage

Enea Silvio (Pie II) Piccolomini, Historia de duobus amantibus (Euryalo et Lucretia), traduction italienne Donati Alamanno, Firenze, Bartolomeo Miscomini, ca. 1492.

ISTC ip00689700

Exemplaire reproduit : Roma, Biblioteca Corsiniana, 51.A.46

Notices biographiques

Enea Silvio Piccolomini, pape Pie II (auteur) DBI (2015)

Alamanno Donati (traducteur, dédicateur) DBI (1992)

Lorenzo de' Medici (dédicataire) DBI (2009)

Autres personnalités citées

Giorgio Antonio Vespucci

Marchionne Donati