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L’Ethica
[p. 001R]

ALL’ILLUSTRISSIMO ET ECCELLENTISSIMO SIGNORE IL SIGNORE COSIMO DE’ MEDICI DUCA DI FIRENZE SIGNORE ET PADRONE MIO.

Se l’Ethica d’Aristotile , che hoggi in questa nostra lingua fiorentina esce fuori, Illustrissimo Principe sotto l’honoratissimo nome vostro, fusse dagli huomini diligentemente considerata & messa in istudio, non avverrebbe (& sonne certissimo) che tanti vitij regnassino in loro; onde essi sì lontani vivessino dalla Virtù, perché e’ non sarebbe possibile che gli uditori di scienza morale & consideratori di costumi buoni operassino continovamente cose contrarie alla ragione, & a quella impressione che avviva lor forza (se e’ l’ascoltassino), ella havesse loro del bene stampato nell’animo. Ma quanto più avverrebbe un simil effetto se essi non pur di lei la scienza apprendessero, anzi di più mettessino in atto quello istesso, che ella ci insegna? Certo è che il mondo allhora sarebbe felice, & che quei secoli sarebbon da [p. 001V] esser li decantati per aurei. Né questo dico io, Principe Illustrissimo, per la patria mia, come se ella non fusse ripiena di buon costumi, o non vivesse sotto a prudentissime leggi, conciosiaché come in tutto sarebbe cieco chi non scorgesse il vivo raggio del sole, così sarebbe privo di mente chi non confessasse sotto un santissimo rege per necessità, se non per amore, esser li popoli costretti a ben vivere; ma io lo dico per a chi e’ tocca, & per a chi la dottrina morale doverrebbe essere in giovamento. Il che è stato mio primo intento in questa fatica, la quale ho ardito d’indirizzare & di consegrare al Vostro Eccellentissimo Nome per mostrarmi grato da una banda in quella piccola parte, in che io posso, de’ benefitij ricevuti & che continovamente ricevo da Vostra Eccellenza & dall’altra accioché dove tal fatica mancasse per l’insufficienza mia ristorata dall’abbondanza del favor Vostro potesse mantenersi viva, havendo oltra di questo giudicato per cosa convenientissima di presentare a un Principe virtuosissimo quanto alcun altro, che tenga imperio, una facultà la più virtuosa, che fusse mai fatta da qual si voglia altri, che solamente fusse huomo. La qual facultà sebene per li tempi a dietro fu mandata in luce col nome del primo Cosimo grande & honorato antecessor Vostro da più dotto ingegno, & forse in più honorata lingua, non perciò l’Eccellenza Vostra debbe sdegnarla anchor hoggi publicata dal mio, che che e’ si sia, col pregiatissimo & illustrissimo nome di voi Cosimo secondo in questa sua maderna, bella & da tutti amata, [p. 002R] nella quale quello, che forse appresso di pochi ella perderà, che la giudicassino scolpita in materia men degna, senza dubbio riacquisterà ella viepiù appresso di molti che la vedranno in materia da poter essere da più genti partecipata & fruita. Della qual facultà diciamo horamai qualcosa in questo proposito, accioché e’ si vegga l’utilità, che ella può apportarne. La felicità humana (per cominciarmi di qui) è il fine di questa dottrina, la quale dividendo essa felicità in attiva, & in speculativa ha certamente diversità in questo fine per I’eccellenza; conciosiaché la speculativa sia dell’attiva tanto più nobile, quanto le cose certe delle men certe, l’eterne delle corruttibili & le divine dell’humane. Et di tal felicità bastici saperne quel tanto, che dal gran Filosofo nel suo luogo è stato descritto, ove si vede lei esser di tal natura, che ella avanza ogni altro bene d’eccellenza, & esser nell’huomo non come in huomo, ma come in chi vive di vita più che da huomo; onde avviene, che ella tocca a rarissimi, & che ella è piutosto da molti da esser desiderata co’ preghi, che ella non è da loro da essere esperimentata co’ fatti: perciò ragionisi più volentieri dell’attiva come di quella, in che s’habbia più parte. Questa adunche, che ha regolato l’appetito con la ragione, & fattolole ubbidientissimo, partorisce frutti maravigliosissimi per bellezza & eccellentissimi per honestà; perché, operando attioni in ciascheduna virtù risplendenti, ella viene a sentir per loro del continovo immenso piacere, che le risulta [p. 002V] hor per via della temperanza, hor della fortezza, hor della giustitia, & hora discorrendo in tutte per ciascun altra: alle quali ella dà la vera, & ultima perfettione mediante la prudenza, che è ragione & forma di tutte. Né a questo bellissimo composto di tanti & di sì honorati beni mancano quei del corpo, né quei di fortuna; perché e’ non manca bellezza al felice attivo, non nobiltà, non sanità, non lunghezza di vita, né medesimamente gli manca roba, o honore: mediante i quai beni come egli è infatto felice, così anchora apparisca agli altri. Et in cotal modo è descritta l’attiva & humana felicità, che ci dimostra Aristotile, & la quale con gli scritti suoi ci indirizza a conseguitare. Dal qual fine eccellentissimo non debbon gli huomini tirarsi indietro per difficultà dell’impresa, né per l’altezza sua debbon disperarsi d’aggiugnerlo; perché egli è nel vero molto comune, & atto a potersi havere da chi ha la virtù, la quale è il nervo & la sustanza di questo fine, & la quale può essere in ciaschedun huomo, a cui non manchi alcuno de’ principij. Ma di lei, poi che ella è l’importanza della felicità, diciamo brevemente due cose : una, che ella consiste nell’uso, perché chi dorme, o in altro modo vegliando si sta otioso, non può chiamarsi felice ; l’altra, che ella è prodotta liberamente, perché prodotta in altra maniera ella non sarebbe virtù, ma sarebbe o necessità, o fortuna, & di più non sarebbe cagione di farci conseguitar lode, né honore, né in somma la felicità, né il bene. Ma nessuno è forse [p. 003R] che dubiti di questo punto, io dico, se l’attioni virtuose, & morali sien fatte da noi volontariamente, o se elleno ci sien cagione di far conseguitare la felicità d’ sacri teologi chiamano le meritorie, sien fatte da noi stessi, & col nostro libero arbitrio, o se elleno ci son cagione di far conseguitare la felicità eterna. Del qual dubbio voglio lasciare l’esaminatione, benché ella non fusse fuor di proposito in questa materia, & per non esser questo il luogo di ragionarne, & perché io non fo professione di questa dottrina; ben dirò questo solo non pur col mio giuditio, ma con quello anchora di sommi teologi, che l’attioni morali & che l’attioni dell’huomo christiano in null’altro son differenti che nella forma, & non già son differenti, perché l’une s’operino liberamente, & non l’altre, conciosiaché le prime habbino la lor forma dalla prudenza humana, che non risguarda se non il bene di qua giù, & che le seconde bene anchor l’habbino dalla prudenza, ma molto più veramente dalla fede di Giesù Christo data per gratia a ciaschedun Christiano nel battesimo, & che di poi venuto in cognition di se stesso voglia accettarla; con la qual gratia, che in lui infonde la fede, dico, che e’ può operare, se e’ vuole, quelle medesime attioni morali, le quali in questo modo gli si fan meritorie. Né io già vo più dirne, o rispondere a chi l’intendesse altrimenti, lasciandolo (& ben volentieri) in altra sua oppenione, che lo facesse stimare di non esser [p. 003V] libero, & di non dover conseguire la felicità eterna, se non per la fede sola. Et parlando dell’attioni morali, delle quali per consentimento d’ogni sapiente si riduce in noi stessi il principio, dico tali, quando elleno son rettamente operate, arrecarci lode, honore & per conseguente felicità; & quando elleno son messe in atto perversamente partorirci biasimo, dishonoranza & per conseguente miseria, per li quali mali schifare sono state introdotte le leggi, accioché gli huomini se n’astenessino se non per amor del bene, almeno per timor della pena, & incitassinsi alla virtù per li premij imposti all’attioni buone, che altro già non è il fine di qual si voglia dator di legge, che l’avvertire rettamente queste due cose, io dico il premio, & la pena, né altro avvertimento è più efficace a ben mantenere la civil compagnia. Nel qual fine, & avvertimento utilissimo & honestissimo benché per tutti li tempi si sien trovati di quegli che ogni loro studio hanno messo per far conseguitare il più che si può felicità alla gente; non perciò avviene, che hoggi un simil effetto non si scorga più che mai nella patria nostra per sommo benefitio & per immensa virtù di Vostra Eccelenza la quale veramente virtuosissima, & felicissima mette ogni sforzo, & diligenza per far partecipi li suoi sudditi di quel bene, che ella in se stessa esperimenta grandissimamente; perché innanzi tratto con l’esempio suo, ove risplende ogni virtù & ogni honesto costume, ella imprime negli animi loro la medesima forma di vita temperata, & buona, giovando per [p. 004R] tal verso a tutti coloro, che spinti dalla gloria s’incitano per amore a bene operare: & dappoi conseguisce il medesimo con le ben poste leggi, che vietan di commetter il vitio con la severità delle pene; giovando per tal verso a tutti quegli altri, che dal dolore spaventati per paura s’astengon dal male, & sopratutto con l’osservare la giustitia eccellentissima di tutte l’altre virtù. Onde nasce che ciascheduno vive nella patria nostra sicuramente & in pace; & ha in essa quegli honori, & quei gradi, che alla nobiltà della famiglia, all’abbondanza delle facultà, & all’uso della virtù son convenienti, perché chi traffica le mercantie, volentieri ci conviene, veggendo aperta la ragione dell’havere, & del dare, al forestiero come al cittadino, al povero come al ricco, & al piccolo come al grande; & chi esercita l’arti vili volentieri attende al suo esercitio, veggendo di trarre il frutto per la vita da quelle abbondantemente: & sentendosi di viver sicuro da ogni ingiuria, & sopruso: onde li poveri, & la bassa plebe sovente suole essere oppressata da’ ricchi, & da’ grandi. Et chi è cittadino (seguitando) con contento d’animo mette il tempo, & lo studio suo in quella vita, che e’ s’è eletta; conoscendo in essa d’ire in acquisto hor mediante li traffichi, hor mediante la civilità, & hor mediante le lettere & i buon costumi. Della quale ultima parte (non lasciandone però indietro alcun’altra) Vostra Eccellenza tien molto conto, perché ella honora straordinariamente, & benefica utilmente qualunche nella patria nostra si trovi, che in alcuna [p. 004V] sorte lettere, di virtù, o d’arte sia eccellente, anzi fa questo in cotal maniera che ciascun di loro confessa in nessun altro tempo haver potuto conseguire, o nel futuro sperarne maggior honore, né maggior benefitio. Ma io vo qui tacermi, accioché dicendo non sdiminuisca più tosto, che io accresca l’honoratissime usanze vostre, onde è avventuratissimo questo Dominio, che sotto il Vostro Imperio si regge; di cui potendo ben dirsi, che egli habbia bellezza, fertilità, commodità, sanità, animosità, & ingegno, per li quali beni egli avanza di gran lunga molti altri, si può più veramente affermare che il felicissimo Principe, che lo regge, risplenda quanto nessun altro, che regni, per prosperità di fortuna, per benignità di natura, & per virtù heroica.

Di Firenze. Alli XVIII d’Agosto MDL

Di Vostra Eccellenza Illustrissima
Servidore Bernardo Segni