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L’epistole di Seneca. Ridotte nella lingua toscana
[p. 001R]

ALL’ILLUSTRISSIMA SIGNORA SILVIA DI SOMMA CONTESSA DI BAGNO Signora sempre obseruandissima

IO MI SENTO tanto obligato a Vostra Signoria Illustrissima per essersi più volte degnata di legger le cose mie, ch’io ho pigliato ardire di farmi conoscere a quella (con qualche mia fatica) per suo deditissimo servitore. Et certo, ch’io non so se mi debba ringratiar la Fortuna che sì gran favor m’habbia fatto, o pur dolermi di me medesimo che non sono a bastanza a ringratiarla, io veramente non so quali di questi due debbia esseguire. Dall’una parte conosco il debito ch’io ho seco, dall’altra veggo una certa ingiuria, che palesemente mi viene incontro, dalla sua soverchia verso di me affettione. Il che quando minutamente considero tutto perdono all’amor suo et tutto riconosco in benifitio della sorte, che sì alto m’ha leuato. Perché non sará maraviglia a Vostra Illustrissima Signoria, che io le consacri l’Epistole del gran Seneca, conciosia che volendo io supplire al diffetto dell’intelligentia mia, che di sì poco m’è stata cortese, conviemmi aggiungere con le [p. 001V] richezze delle virtù d’altri alcuno ornamento alla povera scienza mia, et quelle insieme con ogni affetto del cuor mio, presentare alla grandezza vostra. Le quali havendo care, come sogliono tutte le Signore honorate, le cose scritte nella lingua Toscana, spero che debba gradire questo libro tradotto (veramente divino) per sodisfattion del suo animo Illustre. Et sì come la varietà de i fiori fa bello l’Aprile e ’l Maggio, così pascer l’intelletto suo reale, ne la sapienza de variati concetti di questo spirito dotto, le porgerà frutto al suo gusto conveniente, massimamente essendo tutte uscite da una realtà di cuore, et da una vera dote dell’animo di Seneca, il quale senza mie parole si loda da se medesimo. So bene che molti mi terranno troppo ardito, ma a me sarà assai che Vostra Signoria Illustrissima, chiara per tutti i privilegi che può donar il Cielo, per splendor di sangue, per virtù, et per doni di Fortuna, degni numerarmi fra suoi minimi servitori, et hauer caro, ch’io pigli questo principio d’honorarla, anchora che ella non habbia altrimenti bisogno, né d’honor, né di lode, più che ’l Sol di lume, et di splendore. Et qui fo fine humilmente baciando le mani di Vostra Signoria Illustrissima et raccomandandomi in buona gratia di quella.

Di Vostra Illustrissima
humil servitore
Il Doni Fiorentino.