










VARIAMENTE dalli nostri antichi la vera Philosophia, Lodovico Sphorza Visconte Signor mio Illustrissimo, esser stata divisa presso di molti auctori sì greci e sì latini troviamo. Ma certamente giusti amatori della sublime Sapientia coloro esser stati, secondo el mio debil giudicio, mi paiono, alli quali in tre parti secarla è piaciuto, ciò è naturale, morale et ragionevole. Per la naturale le cause e li principii delle cose intendiamo. La ragionevole overo dialectica, el deritto modo del parlare ci insegna. La morale solo di pervenir al sommo bene con ogni actione procura e questa è veramente quella la quale l’huomo per deritta via alla immortalità perduce. Felice è colui che ha possuti cognoscer li principii delle cose (come presso del nostro Vergilio si lege), ma in verità, felicissimo è colui el quale el timor della morte sotto a’ piedi si ha possuto mettere e tutte l’altre humane perturbatione con intrepido animo calcare. Il che nella moral philosophia agevolmente si truova e conseguisce, imperoché tutta consiste nelle humane actioni. Questa adonque è quella la quale ogni generation di vitio acremente perseguita et in tutto dal mondan chiostro discaccia, questa è quella che la virtù dalla summità del cielo in terra ad habitar fra mortali ha fatta discendere, questa el fine per il qual l’huomo sia nato ci fa cognoscere, questa che di piccola cosa la natura si contenti ad ognuno fa manifesto, per questa finalmente intendiamo che sì come la natura a tutti è qual madre, ha produtte tutte le cose per commune utilità, così anchora l’huomo el qual deve essere imitator di quella, di ogni sua actione tutta la humanità deve far partecipe, e spetialmente colui che de moral philosophia fa professione, el quale non meno che la natura ogni cosa in commune deve contribuire. Donde riducendomi alcuna volta a memoria la mia mortalità, e volendo qualche cosa secondo el debito dare in commune, mi ho proposto non oro, non argento, non gemme, non alti palagi, non ampissime possessioni, non varie generation di oltramarine ricchezze, non honori, non magistrati, non degnità, non gloria, non fama in comune utilità conferir, ma cosa per la quale tutte queste momentanee e caduche ombre agevolmente si possino dispregiare. Ho convertite adonque di latina lingua in toscan volgare le moralissime Epistole del maestro di la vita Lucio Anneo Seneca, le qual scrive a Lucillo suo carissimo et amico e discipulo. Ridomi, Signor mio Illustrissimo, di alcuni non meno invidiosi della altrui gloria che della comune utilità, li quali mentre vogliono parer litterati apertamente accusano la lor propria pazzia. Dicono adonque che si fa ingiuria e detrahesi alla fama delli latini scrittori, [p. 001V] convertendo in parlar comune quello che loro in latino han lasciato scritto. Ma io domando loro: che ingiuria sia stata fatta a Platone, ad Herodoto, a Plutarcho et a tutti gli’altri greci e philosophi et oratori et historici e poeti, li quali in lingua latina so’ stati convertiti? Non hanno conseguita magior gloria e fama essendo dati a cognoscer a molti più che pria? Questo certamente non potrete negare, salva la vostra conscientia, che colui conseguischa magior gloria el quale da’ più è cognosciuto. Perché adonque la vostra innata invidia non patisce che essendo Seneca assai cognito presso li litterati sia anchora dalla volgar turba cognosciuto? Preterea, se noi vogliamo risguardare al fine, essendo l’huomo animal ragionevole e sociabile e nato per la comune utilità, voi apertamente essere huomini neghate quando la vostra invidia in tanto procede che non solamente non possete sopportare la comune comodità, ma anchora biasimate coloro che alcuna cosa danno per comune utilità delli mortali. Siavi adonque la vostra publica insania in luogho di risposta e confusione. Ritorno hora a te, Signor mio Illustrissimo, donde mi era partito. Poiché con molte fatiche e vigilie, sì per la difficultà della materia, sì per la elegantia delle sententie con maravigliosa brevità tessute, sì anchora per la depravatione del vero testo, le sopraditte Epistole tradussi, nelle quale non meno mi sono affaticato a dire in modo che ogniuno mi habia ad intendere che in esprimere la intention dello auctore. Pensa’ a chi potessi dedicare queste mie fatiche e commettere la custodia di esse, acciò che né per la detraction degli invidi, né per la oblivione di alcuna età, possino andare in perditione. Offersemisi subito ‘nanzi agli occhi della mente quella vera magnanimità la quale nel tuo generosissimo animo risplendendo con li suoi ragi, non solamente lo italico ambito ma tutto el cerchio della terra illumina. Costui, dissi io allhora, delle nostre vigilie fia adamantino scudo. Alla qual cosa, per li conforti del mio signor magnifico Niccolò da Corregio de’ Visconti, conte del Castellaccio, dalla tua Signoria Illustrissima per le sue virtù et integrità di sede meritamente amato e non meno per la sua scientia, le cui tempie, essendo suo alunno unico a questa nostra età, le sacre Muse di verde alloro hanno precinte, grandemente stimato, le eloquentissime parole del quale a me sono in luogho di oraculo, assai più mi infiammai. Finalmente per mostrarti segno di vera servitù, queste mie fatiche con riverente mano a te, signor mio magnanimo, dono e consacro. Porse el povero villano ad Artaxerse di buono animo con la concava mano l’acque del propinquo fiume, la quale non meno a quello fo grata che li grandissimi thesori da ricchissime gente offertili. E tu Illustrissimo Signor mio, con quella tua solita clementia e serenità di volto, priego me per fidelissimo servo e queste mie vigilie benché inelegante ma forse utile in testimonianza della mia servitù vogli degnarti ricevere. E quando da te saranno approvate, non temeranno qualunque crudelissima violentia et io piglierò magiore ardire sotto l’ombra del tuo nome di convertire in cotidiano parlare tutte l’altre opere del mio moralissimo Seneca nelle quale tutta volta mi affatico. Se adonque qualche volta al otio ti converterai in luogho di diporto, non ti disdegnarai legere queste moralissime [p. 002R] Epistole, nelle quale sembianza di tutte le virtù che in te riluceno agevolmente troverai. Tutte le parti della prudentia, magnanimità, continentia e finalmente della giustitia vedrai esser laudate, come tutte queste cose terrene animosamente si debbino dispregiare, come tollerar li casi adversi di Fortuna, come usar li prosperi, qual debia essere la clementia del principe verso li subditi, qual sia finalmente la via la qual ne mena al summo bene, e di esso summo bene varie disputationi. E molte altre cose le quale legendole poi oprandole mostrano la via di conseguire el cielo. Ma per non affatichar più gli orecchi di tua Illustrissima Signoria farò fine, se prima brevissimamente alcuna cosa della vita dello auctore narrerò.
Lucius Annaeus Seneca, Epistole, Pistole del moralissimo Seneca, traduction italienne Manilio Sebastiano, Venezia, Sebastiano Manilio et Bernardino de Nallis, 1494.
Exemplaire reproduit : München, Bayerische Staatsbibliotek, Res/2 A.lat.b. 657
Lucius Annaeus Sénèque
(auteur)
DS (2011)
Sebastiano Manilio
(traducteur, dédicateur)
DBI (2007)
Lodovico Sforza il Moro
(dédicataire)
DBI (2006)
dit il Moro
Niccolò Postumo Correggio DBI (1983)