
















DOPO haver io havuto il savio Principe Gran Duca Cosimo per ascoltatore di dieci libri della mia Istoria suocero vostro, et dopo essere stato ricevuto in grado dal Christianissimo Arrigo Re di Francia vostro Zio, ammendue di gloriosa memoria, l’albero da me mandatoli della sua real famiglia, a grandissima [p. 001V] grazia mi ho reputato, che l’Altezza Vostra di propria volontà si sia compiaciuta per più sere parimente ancor ella d’essere stata ascoltatrice di molti de miei discorsi. Et quel che molto più ho a recarmi a ventura a capo d’alcun anno passato si è l’haver ella voluto copia d’alcuno di essi, et accennatomi poi a bocca, non esser lontano il Serenissimo Consorte suo e mio signore di voler far prova d’alcuna delle cose da me in essi discorsi proposta. Tal che a me non parea d’indugiar molto a chi havessi queste mie fatiche a dedicarmi, aspettandosi debitamente a V. Altezza, non solo per le cagioni già dette, ma perché essendo per lo spazio di xxv anni stato io sostentato dalla liberalità de’ Serenissimi Gran Duchi di Toscana, suocero e cognato vostro, et essendo tutta via da quella del Gran Duca Ferdinando sposo vostro nutrito, non saprei con quanta dirittura io havessi altrui potuto far dono di quelle cose, delle quali col mezzo dell’altrui havere havea fatto acquisto. A questo Madama s’aggiugne (se il credere [p. 002R] volentieri ciascuno bene di se stesso non m’inganna) il parermi di conoscere in lei non so che di volontà benigna, et caritevole verso de’ casi miei, come chi affannato da lungo et tedioso cammino incominci a sentir aura sì grata, che confortandolo, ristorandolo in gran parte pian piano, più tosto senta il beneficio quando l’ha conseguito, che non s’avvegga del commodo quando il riceve. Qual verso me umilissimo servitor suo sia V. Altezza disposta, farà ritratto di quello, onde è nata di queste mie fatiche: se elle non sono per se stesse d’alcun merito di gradirne almeno l’affetto, havendo io per quel che tocca a me impiegatovi molte fatiche, et molti sudori, et a guisa di coloro i quali distillano licori preziosi cercato di darle premuto in questo volume il fiore di tutto quel che si truova sparto ne’ libri delle azioni de’ principi. Da che sono entrato in isperanza, che mossa V. Altezza da quella singolare e ineffabil bontà, con la quale tira a sé gli animi di ciascuno, vorrà, che si dia anche [p. 002V] fine, et compimento all’Istoria, se non per altro, affine ch’io paghi il mio debito, che io mi liberi da sì gran peso, et perché quello, che fu pensiero del Gran Duca Cosimo si vegga d’una sol mano tirato dal nascimento della citta infino a’ presenti giorni, quali sotto l’altrui imperio, quali di lei libera, quali di nuovo in tempo del principato sieno stati i fondamenti, gli andamenti, et gli accrescimenti di questo nobil dominio. Di tutto quel che si è detto de’ discorsi, et dell’Istoria non niego Madama, che altri havrebbe potuto trattare con più ingegno, con più eloquenza et eziandio con più dottrina di me, ma non certo con maggior verità, né con miglior intenzione di quella che io ho fatto. Ho detto non con maggior verità, perché altri non istimi esser la buona intenzione stata scompagnata dalla civile prudenza. Onde io venga a primo aspetto da questi astuti del mondo schernito; che lasciatomi da una semplicve e come forse essi diranno sciocca credenza ingannare, non habbia havuto l’occhio [p. 003R] a gli artifici, e a i modi, con che hoggi vien governato il mondo, contentandomi io in questa parte di non v stessi riputato fu Cesare, di cui eglino prendevan diletto, che dalle lusinghe del giovanetto Re Tolomeo si fosse lasciato beffare, non si avvedendo, che quel prudentissimo capitano non solo dalla sua bontà persuasovi, ma da prudentissimo avviso mosso, consentì alle domande di lasciar libero il Re; poi che negli Alessandrini con l’aggiunta sua divenivan più valorosi, né men forti i Romani; e a lui parea più honorevole, che si dicesse d’haver guerra con un Re, che con un mescuglio di gente di diverse nazioni, et di fuggitivi: quando egli le promesse non havesse havuto poi animo d’osservargli. Ho io dunque à questa somiglianza alcune opinioni diverse da quelle d’alcun altri tenute, non solo perché così estimando, ho pensato di stimar bene, ma perché le ho anche credute più agevoli, più pronte, et più utili a condurci [p. 003V] colà, dove altri per beneficio del principe, o della patria sua brama di pervenire; sì come io spero che dall’Altezza Vostra allevata in grandi affari, et fatta di essi consapevole da Madama Serenissima Reina di Francia sua avola sarà ottimamente conosciuto. A cui priego dal signor Iddio vera felicità. A XXVIII d’ottobre dell’anno MDLXXXXIIII di Firenze.
Scipione Ammirato, Discorsi del signor Scipione Ammirato sopra Cornelio Tacito. Nuovamente posti in luce con due tavole, una dei discorsi, e luoghi di Cornelio sopra i quali son fondati, l'altra delle cose più notabili, Firenze, Filippo Giunta, 1594.
Exemplaire reproduit : Gand, Universiteitsbibliotheek, BIB.BL.000255
Scipione Ammirato
(auteur, dédicateur)
DBI (1961)
Christine de Lorraine
grande duchesse de Toscane
(dédicataire)
DBI (1985)
Francesco I de' Medici DBI (1997)