














Ho sempre portato, magnifico signor Hieronimo, e porto del continovo nel mio animo un disiderio vivissimo di dimostrare in qualche parte l’antica mia affezzione verso la nobilissima Casa Loredana; e questo non meno per cagioni publiche [p. 001V] che per mie proprie e particolari. Publiche, essendo questa una delle più illustri famiglie di Vinegia, non solo per chiarezza di sangue, ma per il gran valore e per le infinite virtù che in lei sempre fiorirono: come ne fanno fede molti ottimi senatori et egregi capitani, che nella guerra e nella pace apportarono quasi di ogni tempo grandissimo utile a questa felicissima Republica con perpetua lode e gloria di sé medesimi, e come ce ne dà chiarissimo esempio il serenissimo Leonardo Loredano, prencipe d’infiniti meriti, sì come quello che, intento solamente al bene universale, ne’ tempi più pericolosi e più ardenti di guerra giovò alla sua carissima Republica non meno col consiglio che con la eloquenza e con la liberalità; di cui si legge onoratissima memoria nelle Historie del cardinal Bembo, [p. 002R] e ne sono ripieni gli annali in guisa che tutti ne possono avere abondevole materia da ragionare. Per tacere ora il reverendissimo abbate monsignor Francesco, vostro zio, et il clarissimo vostro padre (di cui io non sono bastante di accennare una minima parte della gran bontà e delle quasi infinite virtù) e di molti altri che al presente sono chiari e negli onori e nelle gloriose doti dell’animo. Tra quali V. M. è in modo lucida e risplendente di molte rare e virtuosissime qualità, che non è così honorato grado di che ella non ne venga giudicata degna e no’l sia per ottenere. Né meno tacerò il novello abbate monsignor Antonio, dignissimo suo fratello, il quale in così teneri anni è ornato di bellissime lettere e di tutti que’ nobili costumi che in figliuolo di tanto padre e di così illustri progenitori si possono disiderare. Per mie cagioni [p. 002V] particolari, percioché, oltre a molti benefici ricevuti dall’avolo mio e dalla mia casa da quel valorosissimo, cortesissimo e non mai a bastanza lodato prencipe, il padre mio (che mi lasciò morendo in età di due anni) ne ebbe la castaldia, onoratissimo ufficio a cittadini. Avendo io adunque così fatti oblighi verso la illustrissima Casa vostra, non potendo con altro adempire il mio disiderio di dimostrar la divozione che le ho sempre portato e porto, vengo inanzi di V. M. con questo picciol dono, che è quasi la fangosa acqua che nelle palme delle roze mani appresentò l’umil contadino al gran Serse. Ma perché la pittura, di cui in questo libricciuolo, sotto un paragone di Rafaello e di Michel’Agnolo, si ragiona assai acconciamente, è arte nobile, e V. M. è nobilissima et [p. 003R] umanissima, spero che ella, riguardando alla qualità del soggetto e molto più alla grandezza e sincerità del mio cuore, non si sdegnerà di riceverlo volentieri, accettandomi nel numero di coloro che la servono e riveriscono. Di Venezia a XII di agosto MDLVII.
Di V. M.
Servitore
Lodovico Dolce.
Ludovico Dolce, Dialogo della pittura intitolato l’Aretino, Venezia, Gabriel Giolito de’ Ferrari, 1557.
Exemplaire reproduit : Getty Research Institute
Ludovico
Dolce
(auteur, dédicateur)
DBI (1991)
Girolamo Loredan (dédicataire)
Autres personnalités citéesBarocchi, Paola (éd. ), Trattati d'arte del Cinquecento fra manierismo e controriforma, Bari, Laterza, vol. I, p. 141-206.
Fallay D'Este, Lauriane (éd.), Dialogue de la peinture intitulé l'Arétin, Paris, Klincksieck, 1996.
Sgarbi, Marco, Ludovico Dolce e la nascita della critica d'arte : un momento della ricezione della poetica aristotelica nel Rinascimento, in Rivista di estetica, 55, 2015, p. 163-182.
Roskill, Mark W., Dolce's Aretino and Venetian art theory of the Cinquecento, Toronto, University of Toronto Press, 2000.