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Dialogo di m. Nicolo Franco, dove si ragiona delle bellezze

ALLA ECCELLENTISSIMA MARIA D’ AVALA ARAGONA LA SIGNORA MARCHESANA del Vasto. Nicolò Franco Beneventano.

[p. 001V] Illustrissima Signora, se l’influenza de i cieli, havesse in maniera la mia penna arricchita, che quanto ella puote ne i demeriti de i tristi, tanto potesse ne i merti de i buoni, potrei sperar di far chiaro talhora, quanto sia l’amore che ho a questi, et l’odio che porto a quegli. Ma per esser pur assai l’animo almanco buono inverso de la bontà, da indugiar più non era hoggimai il mio rivolgermi a la riverenza d’e vostri sovrani meriti, tutto che da tanto io non sia che possa riverirgli a bastanza. E il vero che ho alquanto vergogna di me medesimo, veggendomi costretto a venirmi innanci, havendo a pena rispirato dopo l’aspra stragge d'e miei nemici, percioché havendone quasi infino ad hora le mani tutte tinte del sangue loro, tanto di spatio non m’ha conceduto la gran [p. 002R] fretta che ho d’honorarvi, che purgandolemi dovutamente, fussi con quelle venuto a porgervi le poche charte. Conciosia che come mostra d’offender l’alto grado d’Iddio chi nel suo tempio pone il piede, non intrandoci mondo di tutti i mondani affetti, così offende il decoro de l’honorate anime e quella vostra, se a quelle non c’inchiniamo con le dovute apparenze, che si confacciano a gradi loro. Né dubitate che il mio rossore non fusse più che non è, se non m’acquetasse l’esser molto chiara quella acerbissima nimistà che ebbi sempre co’ l vitio: onde mi si recca qualche cagione da scusarmi appo quegli che dannasseno gli scritti miei, e da concedermi tanto, che non illecita prosontione puote essermi lecito di comparer dinanci al degno tribunal d’ogni spirito riverito, tante fiate quante il debito mi c’inviata. Ma tutte fieno frivole le mie scuse se non ricorro a quell’una, che havendo io posto insieme questi pochi miei ragionari delle bellezze et humane et divine, era di legge, che dovendo io dargli a leggere, uscissero co’l titolo del Vostro nome, se quel decoro cercava io di dare a loro, che meritatamente gli s’appartiene. Perché se la terrena bellezza imperfetta si pare, dove la divina non mostra l’intere parti, nulla saria suta la perfettione, chi io a mille belle anime cercava dare, se il lor bello non s’approvava ne l’opra mia con la pruova di voi splendidissima sovra ogni altra. Le mie parole reccano senza dubbio noia al gran molesto del Vostro senno. Ma non v’incresca per Dio, che io solo, quello rimanga a dirvi, che per ogni humana lingua v’è suto det [p. 002V] to. Tanto più quanto io non intendo contarvi tutte l’ampie historie d’e vostri honori, ma solamente, perché il debito che a voi haveano queste charte, vi s’approvi da l’obligo che il nome de la Bellezza have a voi pure. E poscia che da la clemenza di lei mi si concede che io possa dirlo, era il bello ridotto a tal n’e giorni nostri, c’altro non n’appariva che il nome. Né qual fusse veramente il suo pregio, né quale lo splendido del suo valere (mercè del corrotto secolo) compreso si sarebbe a questhora, se (mercè vostra) i thesori del cielo nol discovrivano nascendo voi. Non mi reputi partiale l’invidia: percioché se quella bellezza si scuopre a gli occhi d’e riguardanti più riguardevole: la quale in più alto grado si vegga assisa, e nata più nobilmente, nessun’altra da Iddio, e diciamo solamente a gli occhi d’Italia, si poteva offerire, chi essempio ci fusse, e specchio di quanto dico. Era ben chiaro, qual si fusse il perfetto componimento del bello, e come dovesse esser tutto insieme, per esser tutto dicevole puntalmente: ma se la chiarezza di MARIA DAVALA no’l mostrava, non havrebbeno le belle saputo, che nessuna bellezza è bella, ma più tosto sconcia, e manca da tutti i lati, se sotto il ricco de le porpore non iscuopre modesto il velame, la onde in altra guisa, si mostra tantosto amica di quel vanissimo allettamento, che apprezzando l’utile, dispregia l’honesto. E quel che importa più, se MARIA D’ AVALA non l’approvava, la nobile, e sublime bellezza accecata da i raggi del nascer suo, poco guardava, ch’ella locata ne gli alti luoghi, invincibile dee soste [p. 003R] nersi nel suo dovere: perché non sia cadevole ne le infamie. Conciosia che come per prova s’è visto (il che paventosamente non si vuol dire) le più sconcie macchie che si riportano da le più sovrane bellezze, hanno in guisa deturpato il lor nome, che fra l’alte donne per raro mostro colei s’addita, che bella, e pudica sia. Questo dunque era l’obligo, che io diceva havere a voi la vera bellezza. Ne doveva egli esser manco, perché fusse conforme a l’obligo, che la vera militia have a l’altissimo consorte di Voi: onde a quello è venuto il grido commune, che il solo valor d'ALFONSO, e la sola beltà di MARIA, sono le voci, dalle quali per valorosa, e per bella si divolga Italia. Hora perché quanto qui si sia scritto de la bellezza, sia ragionevolmente del bello del vostro titolo, comprendere homai potete. Né perché cotante donne vi si ricordino, debba scemare al debito d’haverlo fatto, là onde questo è l’honore che io a lor mi sono ingegnato fare. Et avenga che il nero (come sapete) si dia per ornamento de l’oro, l’oscuro di quelle non si poteva illustrar senza il chiaro di Voi. Egli non è dubbio che per nessuna delle bellezze che io vi riconto, s’abbelliranno le charte mie: percioché il vostro nome sarà quanto elleno mostreranno di bello. Et sì come per un frutto nobile, e delicato piace talhor tutto un giardino, e per un fiore tutto un rosaio, così per lo solo ricordo che di voi vi si fa, fie di mistiero che debbano gradir le charte mie. Alle quali come tanto d’accoglienza concederete, quanto di speranza, have a la fede lo [p. 003V] ro conceduto il Magnanimo Signor vostro, così subito in me s’annullerà il sospetto, non vi sia tanto grato il mio scrivere, quanto desiderarei ch’egli fusse: perché io m’inducessi per l'avvenire a scrivervi maggior cosa. Bascio le mani di Vostra Illustrissima Signoria. Di Casale in Monferrato.

Del M D XLII.