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Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae. La Sforziada
[p. 001R]

PROHEMIO DI CHRISTOPHORO LANDINO FIORENTINO NELLA TRADUCTIONE DI LATINO IN LINGUA FIORENTINA DELLA SFORZIADA DI GIOVANNI SIMONETA AD LO ILLUSTRISSIMO LODOVICO SFORZA VISCONTE.

BENCHÉ MOLTE ET EXCELLENTISSIME SIENO le tue virtù, Illustrissimo Lodovico Sphorza Visconte, nientedimeno non è da enumerare tra le ultime una somma et diligentissima cura, per la quale mosso da vera pietà, in tucte le cose hai dato opera che la celebratissima fama et illustrissima gloria nata da’ facti stupendi del tuo invictissimo padre duri verde non solamente nella canuta memoria di quegli che lo vidono, ma ancora con perpetua successione di seculi intera et incorropta si transfonda et transferisca di tempo in tempo in quegli che ne’ futuri tempi succederano. Et certo è officio non solamente conveniente o più tosto necessario a tanto figliuolo di tanto padre nato, curare la immortalità paterna, ma etiam richiede l’humanità di qualunche, benché externo et alieno sia operare che la memoria delle cose excellenti et rare si conservi, acciò che quegli e’ quali si sono affaticati ne conseguitino immortale honore, el quale è vero premio delle virtù et a gli altri rimanga exemplo el quale sia stimolo che gli punga et pinga a imitare quegli, e’ quali sforzandosi venire simili, sperino conseguire equale et pari fama. Perché sanza alcuno dubio ciascuno generoso et elevato animo s’accende alla virtù, quando vede da quella risultarne eterna gloria. Il perché soleva dire Themistocle, che e’ triomphi di Mylciade non lo lassciavano prendere quiete o sonno. Per la qual cosa hai, Illustrissimo Lodovico, preso officio sy di sapientissima gratitudine, in ricercare la eternità della paterna gloria, sy ancora d’ardente affectione inverso e’ venturi seculi, curando che a quegli resti exemplo non antico o vetusto, ma proximo et novello. El quale paia tanto più facile a imitare, quanto più è propinquo a noi, e’ quali stimiamo che gli antichi per essere più vicini al principio del mondo et meno lontani dalla divinità et per consequentia più simili al creatore, non possino da noi tanto remoti da epsi facilmente esser imitati. Ma certamente rivoltando le greche et le latine et le barbariche historie, rarissimi Principi troveremo, ne’ quali sy accumulatamente risplenda tucto el choro delle virtù et la prudentia vera norma et regola con la quale l’humane actioni al debito fine s’adirizano. Della quale nessuno nega essere stato vero exemplo Numa Pompilio, Fabio Maximo et e’ due Catoni et Themistocle et Philoppomene, ma a costoro nessuno recto giudice recuserà equiperare Francesco Sphorza. É questa virtù, come Platone et Aristotele diffiniscono, certo habito nella mente di tractare le cose con recta ragione et due sono gli offici d’epsa. Prima proporsi vero et honesto fine. Di poi trovare quali sieno quelle vie che a tale fine commodamente ci conduchino. Il perché tre cose sono necessarie, se vogliamo la prudentia esser da tucte le sue parti perfecta et absoluta. Et queste sono: consultatione, iudicio [p. 001V] et electione. Imperò che col consiglio investighiamo se via alcuna è, la quale commodamente ci conduca al desiato fine, et se sono una o più, et in che modo quelle habbiamo a usare. Di poi col iudicio disputiamo, quale di quelle sia o più facile o più utile o più honesta. Et trovatola, seguita nel terzo luogo la electione, la quale tale via eleggendo all’altre prepone. Adunque quale impresa mai fece Francesco Sphorza, la quale non fussi magnifica et di magnifico animo degna? Quando mai gli mancò consiglio in cercare le vie, o iudicio in discernere tra molte la più efficace o electione in quella prendere? Con somma adunque prudentia diterminava quello havessi a fare. Ma perché come la sententia di tucti e’ philosophi afferma Salustio è necessario sempre nelle cose grandi prima rectamente consultare, dipoi con maturità secondo che decta la consultatione operare. Et el primo ci porge la prudentia et al secondo ci corrobora la excellentia dell’animo, nominata forteza. Nell’uno et nell’altro fu certamente mirabile el nostro Duca, in forma che né nel prendere de’ partiti mai si vidde segno alcuno di temerità, né nel mettere in effecto quello che già nella mente haveva proposto mai fu ritardato d’alcuna spetie di pusillanimità. Et certo in exercitare le forze et la velocità del corpo et dell’animo, quale Tullio Hostilio, quale Papirio Cursore ? quale maggiore o minore Affricano gli preporremo? Quale patientia ne gli incommodi et disagi et nelle fatiche et negli affanni et in ogni spetie di difficultà troverremo in Mario, la quale non sia stata in questo Principe? Né pretermetterò in questo luogo la giustitia, la quale virtù benché paia che più s’exerciti nella toga che nell’arme, nientedimeno tanto è necessaria nella disciplina militare che molto più facile è con la mente comprehenderlo che con la lingua exprimerlo. Né è virtù alcuna che tanto o e’ nostri mantenghi nella fede ne’ danni et ne’ pericoli, e’ quali arrecha la guerra, o gli adversari tanto inclini a farsi nostri. Il che apertamente dimostrò Furio Camillo nella expugnatione de’ Vehi et de’ Falisci. Ma molto prolixo sarebbe molti et quasi inumerabili luoghi, e’ quali nella vita et costumi d’epso manifesti appaiono in testimonio di queste cose produre. Ma benché molte sieno le spetie della giustitia, nientedimeno excellentissime in quella sono la fede, la liberalità et magnificentia et la clementia. Ma repetiamo con la mente de’ primi anni, insino all’ultima età di questo Duca, ciò che mai nella guerra et nella pace promesse, o ad amico alcuno o inimico et non troverremo che e’ facti in lui non habbino sempre corrisposto alle promesse. Fu la liberalità sua et spesse volte magnificentia in quanto soportorono le facultà, non dissimile alla Alexandrina, hebbe per naturale bonità, mansuetudine et clementia cesariana, né alcuna cosa mai possedette o ne’ tempi angusti et difficili, o negli affluenti et copiosi, che non fussi commune a tucti gli amici. Nessuna crudeltà o perfidia d’altri, nessuna utilità che a llui ne risultassi, lo commosse mai a rompere la fede. Et sarà alcuno che si maravigli se con queste optime arti venne in sy excelso grado et in tanta auctorità, che ogni excelente huomo militare si reputassi sommo honore esser enumerato tra gli Sphorzeschi? Se tucti e’ principi et le republiche nelle loro controversie et contentioni quello solo arbitro eleggessino, se lui con sua sapientia et giustitia, [p. 002R] molte guerre componessi et terminassi? Se finalmente benché tucta Italia, excepto la nostra republica, questo gli fussi contro et da grandi et varie difficultà fussi oppresso, col senno et con la spada ricuperassi el Melanese imperio, el quale de iure hereditario a llui s’apparteneva ? Ma non so in che modo deviandosi dal proposito suo, sia transcorsa l’oratione mia nelle laude di tanto principe, alle quali et altro ocio et altro stilo, et non uno piccolo prohemio, ma lungo volume necessario sarebbe. Il perché pretermettendo gli egregii studii suoi della pace, la quale benché nato ad administrare le guerre paressi, sempre disiderò et a tucte l’altre cose prepose. Et tornando donde si partì el nostro parlare, mossono te, illustrissimo Lodovico Sphorza, vero imitatore delle paterne virtù gli excellenti et cesarei facti suoi, a dare opera che quegli restassino eterni. Et perché sanza e’ monumenti degli scriptori ogni cosa quantunche gloriosa sia, rimane sommersa dalla oblivione, curasti che perpetua et bene ordinata historia di tanto principe fussi con verità et non sanza eloquentia scripta. Et perché la lingua latina facilmente per la sua copia può exprimere con abondanza et ornamento e’ facti egregii pe’ tuoi precepti, n’è stato scripta degna historia. Dipoi perché pochi sono quegli in tanto numero d’huomini e' quali habbino cognitione delle latine lettere, fu prudentissimo el consiglio tuo et el giudicio che le medesime cose fussino celebrate nella fiorentina lingua, la quale è comune non solo a tucte le genti italiche, ma per la nobiltà d’alcuni scriptori di quella è sparsa, et per la Gallia et per la Hispagna. La quale tua volontà intendendo Lorenzo Medice, unica salute et ornamento della nostra republica et a te, per admirabile affectione et observantia tale quale dicono a Scipione essere stato Lelio, et per l’anticha coniunctione et immortale amicitia, per la quale la casa sua è stata adicta et devota al nome sphorzesco, sommamente desideroso quello quanto portano le sue forze propagare et per ogni parte distendere, commesse a me questa provincia. Et io cupidissimo usare in questo, quantunche difficultà in me sia maxime per gratificare a llui, pel quale sono ciò ch’io sono et al quale dieci volte la mia vita debbo. Et disideroso concorrere per la mia portione benché piccola sia nelle laude di quel principe, el quale sempre ho hauto non in minore admiratione che o Cesare o Alexandro. Et singularmente dedico a te, Illustrissimo Lodovico, sy per le grandi et innumerabili tue virtù, sy per essere tu benemerito di tutta Italia, havendo quella doppo diuturna guerra et gravissime calamità, con la tua sapientia ridocta in tranquillissima pace, ho porto gli homeri miei a sy grave peso, non perché mi confidi in eloquentia alcuna che in me sia, cognoscendo quella essere molto tenue, ma perché speravo che l’ardentissima mia voglia di satisfare al tuo disiderio, in qualche parte supplissi dove l’arte mancha. Tu adunque, se questa mia traductione ti satisfarà, potrai in ogni altra cosa secondo l’arbitrio tuo usare sempre l’opera et la facultà mia, la quale troverrai in ogni tempo promptissima. Ma se non ti satisfarò, di che conscio della mia infantia molto temo, sarà della tua somma clementia non quanto io habbi potuto, ma quanto habbi voluto considerare. Et me se non per la doctrina, almanco per la sincera fede et observantia singulare verso di te per tua innata clementia amerai.

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Références ouvrage

Giovanni Simonetta, Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae. La Sforziada, traduction italienne Landino Cristophorus, Milano, Antonius Zaroto, 1490.

ISTC is00534000

Exemplaire reproduit : BEIC DIGITOOL2458245

Notices biographiques

Giovanni Simonetta (auteur) DBI (2018)

Cristoforo Landino (traducteur, dédicateur) DBI (2004)

Lodovico Sforza (dédicataire) DBI (2006)
dit il Moro

Bibliographie

Roberto Cardini, La critica del Landino, Firenze, Sansoni, 1973

Cristoforo Landino, Scritti critici e teorici, a cura di Roberto Cardini, Roma, Bulzoni, 1974

Rita Maria Commanducci, « Nota sulla versione landiniana della Sforziade di Giovanni Simonetta », Interpres 12 (1992), p.309-316.