






















NON pareva conveniente havendo traducta la Bucolica di Virgilio di latino in vulgare senza alchuna prefatione, quasi, come si dice, co’ piedi asciutti, al principio dell’opera subito trapassare. Né quella ancora con tanta prolixa oratione exordire, che meritamente fastidio al lectore havessi a generare, conciosia che le cose a tal materia apartenenti a’ docti, promptissime di molta utilità a’ vulgari non sieno. Da questa ragione spetialmente mosso, più et più parti adietro lasciando ho statuito, con certa mediocrità, alchune potissime et alla vulgare bucolica maxime conferenti, per le picciole forze del mio ingegnio al presente explicate, acciò che con ordine di competente notitia alla lectione di quella da ciaschuno si proceda. Publio adunque Virgilio Marone, che così è il titolo di questa et dell’altre sue opere, poeta mantuano dopo molti studi in [p. 001V] diversi luoghi con somma industria elaborati et perfecti, a Roma divenuto, usando l’amicitia d’Asinio Pollione ciptadino nobilissimo et apresso ad Augusto, il quale in quel tempo già imperava molto potentissimo. Solo le sua possessioni meritò recuperare che insieme con l’altre de’ mantuani et cremonesi a’ veterani cavalieri dopo le battaglie civili erono sute divise, nelle quali Augusto di sopra nominato e’ percussori di Cesare et Marco Antonio havea superato. Era già esso Virgilio, come molti affirmano, d’età d’anni XXVIII, quando il predecto Pollione la Bucolica a lui a scrivere propose, la quale in spatio d’anni tre compuose et emendò con precipua intentione, come nel principio della sesta egloga secondo l’ordine che digeste sono, manifesto si dimostra, d’imitare la immensa suavità di Theocrito siracusano, di versi bucolici in lingua greca tra tucti gli altri scriptore elegantissimo, et di celebrare insieme col medesimo Pollione Alpheo Varo et Cornelio Gallo, e’ quali con esso nella divisione agraria innanzi memorata senza [p. 002R] alcuno danno l’haveano preservato, onde tre egloge ciascuna del nome d’uno d’essi in iscripta separate si legono, le quali dalla materia pastorale al tutto sono aliene. Nella quale parte et in alchune laude d’Octavio Augusto et certe allegorie de’ perduti campi, il nostro poeta dalla legie del verso bucolico et dal greco auctore che imitare si propose, con legiptima excusatione, fu dissentaneo. Però che colui in ciascheduno luogo parlò cose simplicissime et rusticane, costui in alcuni, da necessità constrecto, più altamente figure interpose, accioché per mezzo di quelle ad esso Augusto et a gli altri nominati piacere potessi. Avegna che molti più tosto voglino una altra egloga chiamata Damni ch’è Gallo sopradecta, nel numero delle tre da tal materia essere exceptuata et et con animo ancora di cominciare dalla prima vita degli huomini mortali, la quale tra silve et monti fu solamente in simplicità pastorale et da essa per la Georgica, alla seconda nella cultura de’ campi, [p. 002V] et dipoi alla tertia nella cura delle battagle per la Eneyda divenire, et ultimamente tre modi di dire humile, mediocre et alto in esse sue opere per medesimo ordine et distinctione observare. Ma il nome di questa per exemplo del prefato Theocrito, da quegli animali rectamente prese, e’ quali tra’ pastori di tutti gli altri sono precipui, cioè da buoi, però che tanto significa bucolica in lingua greca, quanto nella nostra guardia di buoi et bucolici guardiani de’ medesimi animali et della divisione d’essa da’ più inferiori, cioè dalle capre. Conciosia che egloga, nel predecto modo, sermone di capre è interpretato. L’egloge in tutto sono dieci et senza alcuno ordine certo disposte, benché alcuni dichino Virgilio solamente nella prima et ultima il principio et fine havere riservato, altri affirmino la quinta Damni intitulata la prima essere stata. Ciascuna per se è intitulata d’uno proprio nome da quelle persone, che in esse le parti principali obtengono, le quali ancora da’ rusticani effecti il nome hanno fitto. Della qual cosa negli argumenti [p. 003R] loro d’alcuni si darà notitia. Sono in esse egloge tre generationi di poemi dagli antichi scriptori maxime frequentati, però che alcuna volta il poeta solamente parla come nella quinta chiamata Pollione. Alcuna volta con esso più altri insieme, come nell’ultima chiamato Gallo, et alle volte ancora niente per se, ma a modo de’ comici per introducte persone, secondo che nella prima decta Tytiro et nella tertia Pallemone palese si comprende. Della origine de’ versi bucolici et del tempo nel quale fussino trovati, molto, come io penso, è meglio tacere, che assai scrivendo vana cognitione come nel principio dicemo, di ciò prestare et così di più altre cose inanzi et dopo le predecte alla vita del poeta apartenenti, per la qualcosa faccendo fine al nostro Laurentio, al quale questa picciola opera habbiamo destinata, con uno brieve proemio diremo salutem.
Prohemio di Bernardo Pulci nella Bucolica di Virgilio traducta di latino in vulgare a Laurentio de' Medici giovane prestantissimo leggi felicemente.
[p. 003V]MOLTO tempo sono stato affectionato alla tua prestantia, Laurentio suavissimo, sì per la somma auctorità et reputatione del tuo sapientissimo avo et clarissimo patre, et sì ancora per molte infinite et incredibile virtù, le quali nella tua adolescentia, come fiori in verde arbore al continuo pululando, a ciascuno dimostrano della gloria di quegli dovere te essere dignissimo successore. Et per tal cagione è la tua eximia et singulare benivolentia per qualche mio merito, a me conciliare maravigliosamente ho desiderato. Ma non trovando alcuna cosa per la quale io stimassi la mia intentione egregiamente, come io apetivo, potere conseguire quella insino a hora in me è riservata, stimando per certo né auro né delitie delle quale per concessione del superno idio et inata virtù de’ tuoi magiori quanto alcuno altro del nostro seculo, tu se’ abudantissimo, a tale efecto essere convenienti. Da un tempo in qua havendo dato, quando per otio m’è suto concesso, al quanto d’opera alle latine lettere et il preterito anno la Bucolica di Virgilio [p. 004R] assai acuratamente udita, mosso dalla dolceza de’ pastorali canti et d’altri sensi che assai maravigliosi in essa si legono, feci pensiero per mio exercitio quella di latini versi in vulgari traducere. De’ quali insino dalla prima pueritia sommamente mi sono dilectato, per fare experientia se l’artificiosa elegantia del rusticano metro in materno idioma per modo alcuno si potessi exprimere ; et visto da principio che l’opera assai prosperamente succedea, facto di poi al seguire più ardito, col divino favore quella finalmente al fine ho riducta, et con trita examinatione et fermo proposito a te mandarla, al tuo nome ornatissimo dicata. Non perché io speri pe’ vulgari versi alcuno intellecto a te dichiarare, el quale oltre agli anni de’ latini peritissimo, veramente cognosco il virgiliano senso a perfectione intendere. Ma perché dal tuo medesimo florentissimo nome a essa operetta non mediocre auctorità ne venga a resultare, et io per tal mezo, a te notissimo tra’ tuoi singularissimi amici come di sopra precipuamente desiderare affirmai, [p. 004V] meritamente sia adnumerato et tra quegli maxime che della tua gloria con vero animo sono observantissimi. Né a me è oculto tutti gli huomini di qualunque regione, d’alcuna eruditione et doctrina essere con gli animi conversi a’ tuoi excelentissimi avo et patre, la fama de’ quali poco inanzi da me nominata, quella d’ogn’altro, non solo della nostra, ma etiam dell’antica memoria di laude avanza, le vigilie et fructi de’ loro studi al tutto destinare, quasi come a’ nuovi Octavio et Mecenate nella nostra età felicemente nati, et molti già di quegli con immortale fama di tutta la tua nobilissima stirpe così havere facto, a’ quali in alcun modo né al minimo d’essi non sarei degno essere adequato. Ma tanta è l’opinione della tua humanità che io per confidentia di quella, non ho dubitato te con questo mio dono benché picciolissimo al presente visitare, rendendomi certo che tu non tanto la grandeza di quello, quanto l’animo del donante gratissimo riceverai per consueto exemplo de’ prefati tuoi maggiori, et degli antichi huomini illustri et famosi. De’ costumi de’ quali oltre all’altre tue spectatissime virtù tu hai agiunto [p. 005R] utilissima cognitione, ingenuamente educato et nutrito, et inanzi a tutti del clarissimo Arthaserse il quale de’ Persi re potentissimo, per calor extivo con lo exercito equitando, come più volte debbi havere lecto, il don dell’acqua dal huomo rusticano, liberalissimamente a llui offerta non volle disdegnare, con manifesto inditio di benignità immensa, et da[] regale generosità per certo non aliena. Leggerai adunque quella, iucundissimo Laurentio, dalle tue occupationi alquanto expedito, et sarai censore delle mie scolastiche et humilissime primitie, avenga che quello ch’io parlo dalla parvità del dono alla mia interpretatione solamente et non all’opera latina intenda referire, alla quale il nome del supremo Virgilio grandissima existimatione per se atribuisce, et se io intenderò il mio stile a te, come io spero, essere suto accepto, forse che altre volte prenderò animo alla tua excellentia cose maggiore et più degne mandare dal tuo iudicio mericamente confirmato. Questo al presente sia a suficientia, faremo a questa prima egloga et a tutte l’altre inanzi, uno brevissimo argumento et a’ bucolici versi per ordine diverremo.
Virgile, Bucolica, traduction italienne Pulci Bernardo, Firenze, Antonio di Bartolomeo Miscomini, 1481.
Exemplaire reproduit : BEIC
Virgile
(auteur)
EI (1937)
Bernardo Pulci
(traducteur, dédicateur)
DBI (2016)
Lorenzo de' Medici
(dédicataire)
DBI (2009)
EM (2014)
S. Villari, « Una bucolica “elegantissimamente composta”: il volgarizzamento delle egloghe virgiliane di B. Pulci », in Filologia umanistica. Per Gianvito Resta, a cura di V. Fera - G. Ferraù, III, Padova 1997, p. 1873-1937.