








SCRIVE M. Tullio Cicerone verissimo padre de la lingua latina una de le principali legge d’amicitia essere de non negarsi mai cosa honesta, da la quale e da’ tuoi priegi astrecto grandemente mi son posto a scriuere d’amore, del qual per esser stato longamente servo, ti è forse parso ne possi dare qualche giudicio. E per quello intenda, quantunche molti habino scripto l’operationi d’amore, come tra’ greci Aristotele, Zenone citico, Aristochio e Cleante, e tra’ latini Catullo, Propertio, Tibullo et Ovidio, e tra’ vulgari el Petrarcha e Dante, niente dimancho che cosa sia l’amore solo Theophrasto, Dyogene cynico, Chrysippo, Epycuro e Platone, e tra’ poeti Lucretio descrisero, dichiarando ogni sua parte optimamente. De’ quali per quanto io habi veduto, né che intenda si lega o che si trovi, solo Lucretio e il Phedro di Platone son quegli ne’ quali questo nome d’amore para più si dichiari e de la sua natura più si tracti, quantuche però Lucretio in questo come in molt’altre cose erri grandemente, e nel Phedro il mancho che si scriva sia del Amore di che si a da tractare. Per la qual cosa in via non molto frequentata entrando et in materia non però molto chiara, non senza molta faticha son ito inanci. E perché, come dice Cicerone nel primo de le Tusculane, può essere che l’huomo intenda bene, ma quello intende non lo sapi dire e però il [p. 001V] scriuere alchuno quello habia in mente, non sapendo né disponere né illustrare né tirare il lectore con dilecto, esser cosa da persona che intemperatamente mal usa le letre e l’ocio suo; questo in me achadere considerando, volsi desistere e lassare l’impresa. Ma da la già detta legge d’amicitia e da tue continue persuasioni astrecto, niente stimando el collo al giogo posi. E dove l’ingegno mio non bastava, come il corvo di Esopo de l’altrui penne mi ho facta bella coda con altrui detti quest’opra conponendo, in modo che di quella si potria dire quello dei libri di Chrysippo disse Apollodoro, che se l’altrui sententie se gli togliessero, le carte loro rimarebbero bianche. Ma perché molto a la lingua latina, come tu istesso sai, ti ho exortato, lasso e’ detti latini come sono, acciò che quegli presso el volgare vedendo, l’excellentia del latino meglio cognoschi, parendoti vedere gemme orientali splendidissime legate in ferrea corona. Accetterai adonche caro Fratello, le primicie e tyrocinio del mio studio, e non a la male forse composta operetta contra amore, ma sì a l’animo mio che sempre è techo risguardando, quella con la fede e amore l’amando riceverai, in te solo riservandola, acciò che da più docto o mancho affectionato ochio veduta, biasmo almancho non riporti dove laude non ricercho. Havendo rispecto l’amore che mi porti, il tuo giudicio ingannando e quella d’esser veduta degna giudicando, ad amendue non faci per vergogna.
Battista Fulgosus, Anteros sive tractatus contra amorem, Milano, Leonardus Pachel, 1496.
Exemplaire reproduit : Paris, Bibliothèque Mazarine, Inc 862
Battista Fregoso
(auteur, dédicateur)
DBI (1998)
Giovanni Francesco Pusterla Membre d’une noble famille milanaise (dédicataire)
Autres personnalités citéesBattista Fregoso, Anteros sive contra amorem, édition, introduction et notes Nella Bianchi Bensimon, Manziana, Vecchiarelli, 2018.